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Lotta alle mafie/1 Manco lo Stato ci crede: la formazione interna è svolta appena dal 7,1% delle Istituzioni, che deve pure incentivare i corsisti!

Come sa chi segue questo umile e umido blog da oltre 10 anni, ritengo desolatamente che la lotta alle mafie e ai sistemi criminali integrati (molto più pericolosi delle mafie) sia soltanto chiacchiere e distintivo. Le poche eccezioni che ci sono non fanno che aggravare lo stato di angoscia generale e generalizzato.

Ne ho avuto riprova dai lavori conclusivi degli Stati generali delle lotte alle mafie che ho seguito per il sito e per il quotidiano (chi non ha avuto modo di leggermi può rimediare se vuole) e che si sono svolti giovedì e venerdi della scorsa settimana a Milano.

Come ho scritto giovedì scorso a botta calda per il sito del Sole-24 Ore, agli Stati generali c’erano più forze dell’ordine a tutela dei partecipanti e giornalisti, che non politici e classe dirigente di questo disastrato Paese. Rilievo fatto pesare – doverosamente – anche dalla presidente della Commissione parlamentare Rosy Bindi nel corso dei lavoro. Brava. E’ l’unica  che lo ha fatto. Gli altri forse non l’avranno neppure pensato.

Magari bastasse questo per raccontare lo stato di disaffezione delle istituzioni e dell’opinione pubblica.

Ebbene, ho scorso buona parte delle relazioni conclusive dei tavoli tematici (sulla cui costituzione e formazione ci sarebbe moltissimo da ragionare e riflettere ma non è questa la sede anche perché è tempo perso visto che i circoli autoreferenziali sono sempre gli stessi e assolutamente inscalfibili perchè alimentano spesso un circuito informativo condiviso) proposti e voluti con forza (va dato a Cesare quel che è di Cesare) dal ministro della Giustizia Andrea Orlando.

L’occhio mi è caduto innanzitutto (altro scriverò nei prossimi giorni) sui lavori conclusivi del tavolo tematico “Mafie, formazione e scuola” coordinato da Maria Falcone.

Lo stesso Giovanni Falcone – ed è ricordato nella premessa dei lavori – parlando del contrasto alla criminalità organizzata disse che per combatterla servivano tutte le parti migliori delle Istituzioni e che non sono sufficienti le forze dell’ordine e della magistratura ma che occorre un forte impegno collettivo da parte della cittadinanza.

E così, per fotografare l’attualità nella formazione e nella scuola in tema di criminalità organizzata – che era il mandato del tavolo tecnico – è stato spedito un questionario campionario e rappresentativo per registrare le esperienze e le modalità con cui in Italia il fenomeno della criminalità organizzata viene affrontato, comprendendo tre aree di interesse:

1) formazione nelle Istituzioni;

2) nei sindacati e negli ordini professionali;

3) l’educazione alla legalità nella scuola.

Il questionario rivolto alle Istituzioni, ai sindacati e agli ordini voleva comprendere l’esistenza in quei contesti della formazione professionali in tema di lotta al crimine organizzato e le sue caratteristiche, procedendo con la verifica delle esistenza di prassi consolidate in tema di formazione sul tema del crimine organizzato negli ambiti professionali della magistratura, delle forze dell’ordine, dei settori bancario e finanziario e delle prefetture.

In secondo luogo è stata monitorata l’eventuale presenza di indirizzi di ordine etico e deontologico sul tema della prevenzione del crimine organizzato da parte di associazioni di categoria di imprenditori, artigiani e industriali, associazione dei lavoratori, ordini professionali.

I risultati? Eccoli: nel corso del 2016 solo il 7,1% delle Istituzioni ha previsto in seno alle proprie strutture attività di formazione specifiche. Il 92,9% se ne è fregato!

Per quella sparuta stra-minoranza che ha avuto l’ardire di affrontare il tema, l’attività di formazione si è stata caratterizzata da conferenze o lezioni, anche di gruppo. Come le vacanze della famosa pubblicità anni Settanta.

Il 67% di quello sparuto gruppo ha persino previsto incentivi per i partecipanti!

Dei formatori esterni (il 70%), il 70% è stato costituito dall’Autorità nazionale anticorruzione, magistratura, università ed enti di ricerca e il 30% da associazioni e fondazioni, commissione parlamentare antimafia o commissioni regionali antimafia, Dna, ministeri, organismi bancari e finanziari, regioni ed enti locali.

Dulcis in fundo, solo il 4% delle Istituzioni ha un ufficio interno preposto all’organizzazione di attività formative sulla criminalità organizzata ma almeno nell’80% dei casi sono stati avviati protocolli di collaborazione finalizzati al contrasto della criminalità.

Ora vi saluto ma domani proseguo.

r.galullo@ilsole24ore.com

  • To be continued
  • Bartolo |

    Caro Galullo, la formazione e i workshop contro la cultura mafiosa che permea buona parte delle genti di Campania Sicilia e Calabria-Puglia è fondamentale ed alla base del superamento delle tradizionali mafie. Attenzione, però, perché se questi corsi di studi vengono affidati alle università, ai saviano, ai don ciotti ed alle varie associazioni antimafia, non si fa altro che potenziare l’attuale “sistema criminale”. Il quale, concepito dalle medesime mafie, è finito, mimetizzandosi, ad insinuarsi nel resto del paese e fin dentro le viscere delle istituzioni. Certamente, Falcone e Borsellino rappresentano due fari imprenscindibili per chiunque voglia fare seriamente la lotta alle mafie. Ma per cogliere e diffondere il sacrificio antimafia di entrambi, ci vogliono maestri (non solo di scuola elementare) che abbiano pure lo spessore intellettuale di Sciascia. Quale persona molto più umida e umile del suo blog, tra gli altri che lo stato dovrebbe far propri e non farà mai, tre nomi, uno per ogni regione, che all’uopo dovrebbero essere immediatamente reclutati dalla Pubblica istruzione: Felice Lima, Gioacchino Criaco, Luigi de Magistris.
    Saluti

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