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Museo della ‘ndrangheta nella bufera? No: un’intera stagione antimafia a Reggio Calabria

La Procura della Repubblica di Reggio Calabria – con il procuratore aggiunto Gaetano Paci e il pm Giuseppe Lombardo – e la Guardia di finanza – guidata dal colonnello Alessandro Barbera – stanno indagando su centinaia di migliaia di euro di finanziamenti al Museo della ‘ndrangheta tra il 2007 e il 2012.

Come possono i tre dubitare della correttezza contabile e – ancor prima – della dirittura morale di una specchiata brigata che ruotava (ben al di fuori dei confini del “suo” Museo) intorno a Claudio La Camera? Come si possono infangare – indirettamente –  le virtù di una più che decennale stagione antimafia della quale, mi auguro di tutto cuore, continuino ad essere riscritte tutte (ripeto: tutte) le pagine di indelebile e imperitura memoria?

Il rischio, serissimo, è che Paci, Lombardo e Barbera si candidano al “Premio Scopelliti 2015” come nemici eccelsi della città di Reggio Calabria.

Ci vuole coraggio, infatti, a mettere sotto indagine chi – e parlo ad esempio di La Camera – (copio pedissequamente dal sito www.aracneditrice.it) è «consulente ed esperto di politiche sociali e culturali, formatore e collaboratore di enti locali, Università e organismi del terzo settore, Direttore dell’Osservatorio sulla ndrangheta dal 2007 (*); responsabile dell’Osservatorio sulle misure di prevenzione e sul Crimine organizzato di Reggio Calabria; collaboratore scientifico presso il corso di “Progettazione sui beni confiscati” dell’Università Sapienza di Roma».

E’ un curriculum striminzito o non aggiornato perché non racconta che La Camera è stato anche presidente del Museo della ‘ndrangheta e poi direttore dell’Osservatorio della ‘ndrangheta, e poi ancora regista teatrale e poi ancora consulente dell’Unodc, vale a dire l’Ufficio delle Nazioni unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine.

Ma – soprattutto – quel che quel curriculum non dice e non può svelare è la fittissima rete di supermagistrati, superinvestigatori, supergiornalisti, superprofessionisti, supertecnici, superpolitici e supercampionidellantimafia (tutto attaccato e, soprattutto, tutti attaccati l’uno all’altro) che si sono alimentati e al tempo stesso hanno nutrito la creatura nata per gioco nel 2007 ricorrendo – ironia della sorte – proprio ad una metafora di Lombardo che, nel corso di un convegno, disse che si augurava che, prima o poi, della ‘ndrangheta potesse rimanere traccia solo in un museo.

Supereroi che – come un sol uomo – sono stati vicini-vicini e (molti di loro) sono assurti a icone della lotta al crimine mafioso e ad ogni tipo di illegalità ben oltre i confini del globo terracqueo. Nell’iperspazio. Roba che al confronto Giovanni Falcone era un dilettante. Bene, bravi, bis, anche se – alcuni di loro – potrebbero essere chiamati presto a spiegare anche (e non solo) a che titolo erano, ad esempio, entrati nei comitati scientifici financo delle creature nate per gemmazione da quel Museo e, soprattutto, se, come e perché erano percettori di soldi.

Difficile infatti credere che quelle risorse pubbliche che si sarebbero volatilizzate – secondo quanto il collega Lucio Musolino ha raccontato la scorsa settimana in esclusiva sul Fatto Quotidiano, seguito solo dal Corriere della Calabria e dal Garantista che hanno continuato a scavare sul tema mentre gli altri media, compresi quelli che avevano direttamente o indirettamente munto dal sistema, relegavano la notizia a poco meno di una boutade estiva – siano confluiti nelle sole disponibilità di La Camera. Ammesso e non concesso che le accuse di truffa, fatture false, rimborsi gonfiati e utilizzo di fondi pubblici per fini personali a vario titolo per i 25 indagati siano vere, visto che, ovviamente, tutti sono assolutamente innocenti fino a eventuale terzo grado di giudizio, nel sacrosanto rispetto dei diritti costituzionali.

Tra molti di quei supereroi dei quali il Museo della ‘ndrangheta ha fatto da collante nell’era della lotta dura e pura alla ‘ndrangheta al gusto di ‘nduja, mi rammarico di non essere mai stato incluso. Al sol pensiero che manco un centesimo a mio nome possa essere scovato tra le scritture contabili al vaglio della Guardia di finanza (lì come altrove, sia chiaro) o manco un invito convegnistico alla mia misera persona possa essere rintracciato, mi imbizzarrisco come un cavallo.

Dico sul serio: me ne dolgo profondamente perché, con mia profonda delusione e successivi moti di stizza sincopata, mentre agli appuntamenti organizzati dal Museo della ‘ndrangheta e stazioni satellite, venivano invitati, oltre agli ospiti d’eccezione (molti e stimabili) anche i camerieri, io rimanevo sempre fuori. Dico: manco mai una volta chiamato che so, a reggere il microfono a quei supereroi dell’antimafia alla vaccinara mischiati con quelli che davvero conoscono l’evoluzione delle mafie. A reggere il microfono – mi sono poi dato una spiegazione consolatoria – non sono mai stato adatto. Così come non sono mai stato adatto a servire alcuno. Forse per questo non ero (e non sarò mai) nella lunga lista dei camerier serventi ospitati a destra, manca e al centro.

Però soffrivo. Soffrivo come un cane. Anzi, di più. Peggio. Poffarbacco – dicevo tra me e me – possibile che solo io, con qualche altro sparuto collega manco ricevevo l’invito a partecipare ad uno qualunque dei convegni nei quali abbeverarsi del verbo dell’onniscente antimafia al peperoncino? Come cronista, parbleu, non come oracolo della sola antimafia al potere!

Niente. Mai invitato neppure per errore.

Devo sbagliare qualcosa, rimuginavo tra me e me. Devo impegnarmi di più. Devo seguire l’onda antimafia vincente. Devo accodarmi al pensiero unico per poi accomodarmi. Devo sedere nei salotti per poi soprassedere negli articoli. Devo pensare come loro. Devo agire come loro. ‘Gnaa faccio, nun ja posso fa, continuavo a dirmi in romanesco (mia madrelingua), pur rispettando profondamente (e lo dico seriamente) il loro modo di pensare, agire, fare, baciare, lettera, testamento (io rispetto sempre chi la pensa in maniera differente dalla mia). Ja devi fa, te devi impegnà, mi diceva chi mi voleva bene e mi vedeva soffrire le pene dell’infermo per quell’esclusione dall’elite dell’antimafia al cedro abilmente dissimulata.

Io continuo a credere che i finanziamenti ricevuti in quel periodo siano stati tutti regolari e neppure un centesimo sia stato distratto.

Io credo in La Camera e nei suoi sodali indagati (ripeto: nessuna condanna può provenire da un giornalista). Non può tradire la fiducia degli onesti un uomo che il 15 gennaio 2014, in un’intervista su www.reportage.eu, giustamente titolata “La strategia dell’ignoranza”, afferma che «la conoscenza dovrebbe essere la chiave per vincere e invece qui siamo vittime della simulazione, del caos e di perversi meccanismi di negazione, qualunque cosa fai a Reggio, te la distruggono».

Non può aver ingannato il globo terracqueo un uomo che così rispondeva a proposito dell’arresto dell’ex sindaco di Isola Capo Rizzuto Carolina Girasole e dell’ex imprenditrice Rosy Canale, altri due simboli antimafia: «Ho visto arrestare politici, magistrati e innocenti; la coscienza civile è sporcata da un’altissima conflittualità sociale, che spiega anche la frammentazione dei movimenti antimafia. Oggi siamo di fronte al tentativo di confondere il linguaggio dell’antimafia, a tutto beneficio delle cosche. C’è una profonda incapacità di fare rete e costruire relazioni fra settori diversi. Il problema non è chi ti spara addosso, quelli sai chi sono; quelli da cui ti devi guardare davvero invece non li conosci, magari stanno dentro le stesse istituzioni a cui ti rivolgi per avere giustizia. Io sono un rappresentante della società civile che fa antimafia, dovrei trovare sostegno nelle istituzioni, invece rischio di farmi nemici o persino di farmi arrestare se provo a denunciare l’illegalità. Come dicono in Vaticano: meglio che ti ammazzi tu prima che ti ammazzino gli altri. Di fatto lavoriamo sull’emergenza. Se ti muovi e provi a cambiare qualcosa dai fastidio, non alla ‘ndrangheta ma a tutti questi settori – chiesa, istituzioni, forze dell’ordine – che hanno una visione particolaristica legata a quello che fanno».

Vedete, La Camera aveva previsto tutto, anche la delegittimazione.

«Meglio essere poveri e vedere il mondo» scrive La Camera sul suo profilo twitter che conta ben 230 follower. Che mestizia vedere La Camera, in quella foto sul suo profilo che lo ritrae a passeggio su quel binario morto, il viso smunto, con la giacchetta stazzonata. Quella giacchetta che, fino a poche settimane fa, i “supereroidellantimafiatuttoattaccatoetuttiattacati” gli tiravano.

Compagno La Camera Le sono vicino in questo momento in cui neppure uno dei tanti sodali abbeverati si ricorda di Lei. Non molli. Li molli.

r.galullo@ilsole24ore.com

NOTA DELL’UFFICIO STAMPA DELL’OSSERVATORIO DELLA NDRANGHETA DEL 6 AGOSTO

Doverosamente l’Osservatorio della ‘ndrangheta ha tenuto, dopo alcuni giorni di silenzio, a smarcare la propria posizione (sottolineando le iniziative portate avanti) rispetto all’indagine: “L’Osservatorio sulla ndrangheta ci tiene a informare le centinaia di utenti che in questi anni hanno sostenuto e testimoniato le molteplici iniziative dello stesso, che la sua attività è stata ed è improntata a criteri di trasparenza e legalità. Intendiamo, inoltre, sottolineare che la maggior parte dei progetti conclusi e quelli in corso, sono vincitori di bandi nazionali e internazionali che hanno premiato la qualità delle idee e il nostro solido e prestigioso curriculum, garantendo in tal modo la prosecuzione delle attività e la gestione auto-sostenibile del bene confiscato”. Per chi opera quotidianamente per la legalità e nella legalità, la circostanza che si indaghi sull’operato dell’associazione non preoccupa, sia per la consapevolezza della verità, sia per la fiducia nella magistratura. Preoccupa, invece, la distorsione dei fatti da parte di alcuni media, rispetto ai quali l’associazione ha già conferito mandato ai propri legali di tutelare i propri membri e la propria immagine. Vogliamo, infine, ringraziare tutti i colleghi delle associazioni culturali come la nostra con cui abbiamo il pregio di collaborare, che ci hanno dimostrato il loro sostegno, e che siamo certi attenderanno, come noi, l’esito positivo di questa vicenda”

  • bartolo |

    mi sembra di ricordarlo questo museo della ndrangheta… si!: proprio come quelle altre due trovate di quell’extraterrestre presidente della commissione antimafia che si era inventato, con i nostri soldi:
    1), dopo averlo testato e prodotto, presso i laboratori medico-sperimentali ubicati nei sotterranei di Palazzo Campanella, il farmaco antindrangheta (tutt’ora distribuito gratis dalla casa farmaceutica del consiglio regionale di calabria);
    2) le targhe con la scritta “qui la ndrangheta non entra” da donare a tutte le istituzioni calabresi affinché fosse affissa nei portoni d’ingresso dei “palazzi” (da allora, per il terrore, sono tutti rimasti asserragliati dentro, e di uscire non se ne parla).
    oramai lo sapete tutti, galullo, ma più di tutti spero lo sappiano lombardo e company: per fare antimafia non c’è bisogno né di professionisti, né di antimafiosi basta soltanto che ognuno, e, specialmente chi ricopre ruoli istituzionali, faccia il proprio dovere con lealtà, rigore e rispetto della cosa pubblica oltre che, principalmente, di ogni essere umano. principio e rispetto che, nei miei confronti, a parte i giudici del TAR sezione di Reggio Calabria, tutti gli altri fino a quelli supremi della cassazione, hanno spudoratamente disatteso (ovviamente non parlo, problemi con l’apparato digestivo, dell’esercito di professionisti antimafia che ben conosco e che altrettanto bene mi hanno sempre colpito alla schiena).

  • Tina |

    Nei molti anni vissuti ma in particolare in questo ultimo, ho notato che si dà addosso, di solito, a chi stà cercando di fare il bene della gente e del Paese, malgrado loro! L’elenco sarebbe lungo. Ma attenzione perchè c’è anche del vero, dà qui credo sia giusto indagare augurandosi che chi indaga sia “a posto” Che tristezza però.

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