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Roberto Galullo

Guardie o ladri di Roberto Galullo

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Chi sono

Sono nato a Roma 47 anni fa. Sono laureato in Giurisprudenza con una tesi in criminologia e sono sposato con Claudia.  Ho due figli che adoro: Nicholas e Greta.

Amo l’Italia, Roma (la Roma e Totti) oltre ogni ragionevole limite e oltre ogni ragionevole limite detesto gli insani di mente che vogliono disunire l'Italia.

I miei figli e mia moglie purtroppo sono juventini: condizione necessaria e sufficiente per cancellarli dall’eredità (che non c’è).

Da 6 anni sono inviato del Sole-24 Ore. Nei quattro anni precedenti sono stato caporedattore e coordinatore editoriale dei dorsi regionali (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro-Nord e Sud, che ho creato).

Prima sono stato responsabile del servizio enti locali. Per il gruppo Sole-24 Ore sono stato per anni coordinatore editoriale di due collane dedicate alla pubblica amministrazione locale. Le precedenti esperienze giornalistiche (tante, visto che sono al mio 26esimo anno di professione) non contano più di tanto.

Sono autore di libri per il Sole-24 Ore e Mulino e da 5 anni autore e conduttore per Radio 24. Per due anni, fino al 19 gennaio 2009 ho ideato e condotto “Guardie o ladri”, che ha poi dato nome a questo blog.

Da quel momento in avanti ho condotto il programma quotidiano “Un abuso al giorno” che dal 13 settembre 2010 ha lasciato il posto alla mia terza esperienza radiofonica, con il programma quotidiano “Sotto tiro – Storie di mafia e antimafia” in onda dal lunedì al venerdì alle 6.45 circa e in replica alle 21.05 circa.

Per il Sole-24 Ore in questi anni ho effettuato centinaia di inchieste sull'economia criminale e la criminalità organizzata, dalla Calabria alla Sicilia, dalla Campania alla Puglia, dal Piemonte al Lazio, dall’Abruzzo all’Umbria e via di questo passo. Per il Sole-24 Ore ho seguito anche l'omicidio Fortugno a Locri, le grandi riforme sanitarie nel Sud, le mani degli speculatori sulle cave, l'abusivismo edilizio, gli affari delle coop, il caso rifiuti in Campania, la Tangentopoli abruzzese, la Tangentopoli genovese, le navi dei veleni, l’omicidio Vassallo a Pollica e molti altri grandi fatti di cronaca in cui l'illegalità o le mafie hanno fatto da filo conduttore.

Tanto materiale raccolto – quotidiano, blog, Radio24 – non potevano non dare vita nel giugno 2010 ad un libro: “Economia criminale – Storie di capitali sporchi e società inquinate” che è andato così bene che l’Editore Sole-24 Ore, bontà sua, sembra intenzionato a farmene pubblicare un altro nel 2011. Il libro ora è acquistabile solo su www.shopping24.ilsole24ore.com digitandone il nome nel motore di ricerca.

1 giugno 2012 - 7:59

Lezioni di mafia: per un estorsore calabrese è ovvio che un imprenditore siciliano si pieghi a Cosa nostra e dunque deve pagare!

Cari amici di blog, da alcuni giorni sto riflettendo insieme a voi su alcuni aspetti dell’operazione Alba di Scilla che tre giorni fa ha portato all’arresto di 12 presunti affiliati alla locale cosca Nasone-Gaietti che secondo la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria imperversavano tra i cantieri del 6° microlotto piegando le imprese allo “storico” pizzo del 3% (si veda i miei due post precedenti).
Va ammesso con onestà che gli imprenditori erano costretti a subire: pena (nel migliore dei casi) l’incendio di automezzi, furti, danneggiamenti, Nel peggiore dei casi conseguenze fisiche. Inutile girarci attorno: senza la presenza dello Stato non si può chiedere l’eroismo dei singoli. Non a caso vi propongo un’intercettazione del 23 settembre 2011 in cui un dipendente di un’impresa conversando con un soggetto non meglio identificato sulle difficoltà incontrate sul lavoro, dice “la cosa più brutta è l’aria che si respira”. Continua asserendo che “si sono calmati”, perché è andato dai Carabinieri. L'interlocutore dirà ancora che, prima, quando non serviva, di fronte al cantiere c'era una postazione dell'Esercito; quando poteva servire come protezione allo stesso quella postazione era stata rimossa. E questo testimonia che la presenza “temporanea” e spesso “indotta” dello Stato (in questo caso l’Esercito) poco o nulla può se non è – al contrario – continua, ininterrotta, asfissiante mi verrebbe da dire. Alle armi delle mafie si risponde con armi uguali e contrarie perché le mafie sono stati paralleli e non infezioni passeggere che se ne vanno ricorrendo ai paliativi.

QUANDO L’IMPRENDITORE DICE BASTA!

Gli imprenditori – ce ne vuole sempre uno che spezza la catena e badate che tutto ha un prezzo – a un certo punto si ribella. Basta!
Il 19 marzo 2011 l’imprenditore catanese Giuseppe Fabio D’Agata, titolare della ditta Consolidamenti Speciali srl, società incaricata di effettuare i lavori di consolidamento di un costone roccioso per conto dell’Anas sulla Ss 18, denuncia presso la stazione dei Carabinieri di Scilla, l’incendio di un compressore. Il successivo 28 marzo, lo stesso imprenditore denuncia l’incendio di circa 1000 mq di rete utilizzata per il contenimento di massi.
Dopo queste denunce, i Carabinieri avviano una serie di attività per individuare i responsabili e definire se tali eventi fossero riconducibili a una comune matrice criminosa di tipo mafioso. La reiterazione dei danneggiamenti, l’obiettivo prescelto (un’impresa in piena attività) e l’ambito territoriale in cui tali fatti si erano verificati (cioè il territorio di Scilla, controllato dalla cosca Nasone Gaietti, dedita storicamente – come ampiamente emerso in sede giudiziale – alla commissione di reati di tipo estorsivo) hanno fatto subito ipotizzare un coinvolgimento della cosca di ‘ndrangheta insediata nel territorio, trattandosi di atti intimidatori prodromici alla richiesta diretta di denaro che sarebbe stata effettuata direttamente sul cantiere da un emissario della cosca.

CI VUOLE UN SICILIANO

E guarda caso il 26 maggio 2011 D’Agata si ripresenta presso gli uffici della Compagnia di Villa San Giovanni per denunciare quanto segue:
“Il 25 maggio 2011 venivo avvisato da un mio dipendente che nella stessa giornata, intorno alle ore 13,00, veniva avvicinato da una persona, la quale gli chiedeva di contattare il responsabile dell’impresa, perché se ciò non fosse avvenuto gli stessi avrebbero dovuto abbandonare il cantiere ed andare via. L’atteggiamento era intimidatorio ed arrogante. Il mio operaio gli ha detto che mi avrebbe trovato l’indomani, cioè oggi. Fino alle ore 11,00 odierne non si è presentato nessuno. Subito dopo sono accorso presso questi uffici per sporgere denuncia querela. Voglio precisare che ieri, alle ore 13,24, dopo avere appreso quanto dettovi ho immediatamente contatto voi Carabinieri”.
Successivamente lo stesso imprenditore integra quanto denunciato e riferisce quanto segue: “Ad integrazione di quanto già denunciato in data odierna, uscito da questi uffici, mentre tornavo presso il cantiere di Scilla, venivo avvisato telefonicamente dal mio capo operaio xxxxx che poco prima, la persona che il giorno precedente aveva chiesto di me, si era ripresentato a bordo di una Renault Clio vecchio tipo di colore grigio chiaro. Nella circostanza gli riferivo che stavo quasi per raggiungere il cantiere dove mi avrebbe spiegato meglio l’accaduto. Ivi giunto, mentre il capocantiere mi spiegava quanto accennatomi al telefono, giungeva una persona a bordo di una Vespa Piaggio 50 cc. di colore giallo chiaro targata 90VJ8. Questi, in un primo momento, senza togliere dalla testa il casco, si fermava nelle adiacenze del cantiere osservando quanto accadeva all’interno. Poco dopo mi avvicinavo a lui chiedendogli il motivo della sua presenza. In un primo momento mi rispondeva vagamente che stava soltanto osservando i lavori in corso, ma in seguito, mi chiedeva dapprima se ero io il titolare della ditta ed in seguito da quale città provenivo. Io gli rispondevo che la mia ditta è di Catania, come anche gli operai alle mie dipendenze. L’uomo allora mi chiedeva se ritenevo giusto che da Catania stavo eseguendo un lavoro a Scilla senza far “campare” le persone del posto. All’inizio ho fatto finta di non capire la sua richiesta ma in seguito ho chiesto io a lui di cosa avesse bisogno. L’uomo, con fare minaccioso, mi chiedeva a quanto ammontava l’importo dei lavori ed appurato che la cifra ammontava a 245.000 euro, avanzava una richiesta di denaro pari a 6.000 euro. Nella circostanza mi faceva capire che anche le altre imprese che lavorano in zona sono soggette alle medesime richieste e che è normale che corrispondano una cifra proporzionale all’importo dell’appalto che stanno eseguendo. L’uomo, che mostrava anche di capire le mie difficoltà a reperire una somma di denaro simile in così poco tempo, mi faceva capire che il trattamento che mi stava riservando era di favore. Nella circostanza mi chiedeva di consegnare tale somma entro tre giorni. Io, manifestando nuovamente difficoltà a reperire la somma richiesta, concordavo la consegna di 4.000 euro per giovedì prossimo alle ore 13.00 con riserva di consegnare la rimanenza in una data successiva.
Ricordo di avergli chiesto se fosse stato lui a bruciarmi il compressore presso il medesimo cantiere di Scilla ma questo mi rispondeva che è tornato da poco in paese in quanto si trovava all’estero, ma che comunque la colpa del danneggiamento è la mia poiché dovevo rivolgermi prima di iniziare i lavori ad un qualche soggetto non meglio specificato del luogo per pagare la somma di denaro che in quel momento mi stava chiedendo lui. Voglio comunque precisare che l’uomo, a mio avviso, non sapesse veramente nulla dei danneggiamenti pregressi che ho patito nel medesimo cantiere di Scilla”.
E così scopriamo che all’imprenditore catanese veniva riservato “un trattamento di favore”….
Ma la cosa straordinaria – perché è un aspetto culturale, vale a dire quello più pericoloso e infido, per il quale a nulla vale la Croce o Rossa, l’Fbi, il Kgb o l’Esercito ma per il quale serve invece, come diceva Gesualdo Bufalino un “esercito di insegnanti” – è che per l’estorsore calabrese essere catanese vuol dire piegarsi a Cosa nostra. La mafia è omologazione, cultura mortale e ha dovunque la stessa ricetta magari condita da ingredienti locali che ne differenziano, di poco, il sapore, rendendolo a seconda dei casi più o meno velenoso. Una variante sul tema che “caratterizza”, un marchio Dop, Denominazione di origine protetta.
Leggete qui cosa risponde l’imprenditore catanese a una domanda degli investigatori: “Per l’estorsore sembrava che fosse normale che la mia ditta pagasse il pizzo, spiegandomi che sicuramente la stessa cosa facevo anche nei cantieri che ho a Catania”.
C’è altro da aggiungere a parte sottolineare il coraggio dell’imprenditore catanese? Lo scoprirete nelle prossime ore.
3– to be continued (le precedenti puntate sono state pubblicate il 30 e 31 maggio)
r.galullo@ilsole24ore.com
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31 maggio 2012 - 9:41

Dopo l’alba (di Scilla) il tramonto (di Stato): la ‘ndrangheta ha (sempre) talpe tra investigatori e apparati giudiziari

Cari amici di questo umile e umido blog, molti di voi sapranno che ieri – a Scilla, splendida e ridente cittadina calabrese sul mare (e verso l’Aspromonte) - sono stati arrestati 12 presunti appartenenti alla cosca Nasone-Gaietti che secondo la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria imperversavano tra i cantieri del 6° microlotto (ma in realtà anche gli esercizi dell’intera area di influenza) piegando le imprese allo “storico” pizzo del 3% (si veda anche mio post precedente).

Sugli aspetti di questa delicata operazione torno da oggi e per le prossime ore e i prossimi giorni con alcune chiavi di lettura.

La prima che mi preme fornire è che – ancora una volta – questa operazione svela la parte marcia dello Stato in Calabria. E’ qualcosa alla quale non mi abituerò mai. Pensare che chi indossa una divisa o una toga è – contemporaneamente e soprattutto – al soldo delle mafie mi ripugna e fa vomitare la mia coscienza di cittadino.

Sì lo so, dovrei (dovremmo) esserci tutti abituati. In Calabria tra magistratura sorda (nel migliore dei casi) e corrotta, servizi deviati e politici mafiosi che si fanno paladini dell’antimafia ci sarebbe da farci il callo ma – sapete com è – è più forte di me e non mi rassegnerò mai.

Per questo evidenzio una parte dell’ordinanza “Alba di Scilla” firmata ieri dai pm Prestipino Giarritta Michele, Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane che – verosimilmente – qualcuno sperava (per ragion di Stato) che rimanesse tra le righe accompagnata da relativo silenzio.

Dalle pagine 204 in poi i pm chiariscono perché è necessario procedere agli arresti e perché c’è pericolo di fuga di gran parte degli indagati.

Bene. A pagina 204 si legge che il pericolo di fuga “in primo luogo” (e badate bene: “in primo luogo” scrivono i pm) emerge in modo palese dal tenore delle conversazioni telefoniche intercorse durante un vasto controllo predisposto il 13 gennaio 2012 dalla Compagnia dei Carabinieri di Villa San Giovanni nel territorio di Scilla, con conseguente presenza di numerose pattuglie nel predetto centro abitato. “Tale dispiegamento di forze – si legge  testualmente - ha creato forte allarme tra i componenti della cosca ed ha indotto i fratelli Nasone Domenico e Rocco ad allontanarsi immediatamente dal proprio domicilio e a nascondersi in luoghi già prestabiliti presso soggetti compiacenti; tale condotta non trova alcuna ragionevole giustificazione se non considerando il timore dei fratelli Nasone di essere destinatari di misure restrittive della libertà personale”.

 

SECONDO MOTIVO? NO: PRIMO!

 

Ma c’è un secondo motivo, si legge da pagina 207 in avanti, per il quale la fuga di molti indagati è probabile: la presenza di talpe nelle Forze dell’ordine (e non solo viene da pensare) che informavano (minuto per minuto o un tanto al chilo?) i presunti affiliati alla cosca dei passi avanti di investigatori e inquirenti.

Questo – ahimè – io lo catalogherei come “primo motivo” della necessità di arresto immediato e lo sottopongo alla vostra attenzione, cari lettori, come un ennesimo e indegno episodio di divise (e/o toghe?) sporche che – mi auguro – vengano presto individuate ed espulse (se colpevoli).

Ma colpevoli devono esserci – tra gli apparati investigativi e giudiziari dello Stato - se è vero che nell’ordinanza, testualmente si legge: “quanto emerso dalle attività tecniche di intercettazione telefonica sul pericolo di fuga si arricchisce di un’ulteriore circostanza che ne rafforza la fondatezza; i soggetti destinatari del presente provvedimento di fermo sono consapevoli dell’attuale svolgimento di indagini nei confronti della cosca di ‘ndrangheta operante a Scilla per cui appare ovvio ritenere che gli stessi possano rendersi irreperibili, dandosi ad una sorta di “latitanza volontaria”; come emerge dalle conversazioni intercettate all’interno della Casa circondariale di Benevento (colloquio dell’11 novembre 2011) Nasone Gioia Virgilia e Fulco Annunziatina sono venute a conoscenza, tramite il nipote e cugino Nasone Domenico, dell’esistenza di attività di intercettazione da parte delle Forze dell’Ordine. Tale inquietante elemento – corrispondente al vero (i colloqui del detenuto Fulco Giuseppe già allora erano sottoposti ad intercettazione audio-video) – dimostra lo spessore criminale dei componenti della cosca mafiosa denominata Nasone-Gaietti; infatti costoro – oltre ad esercitare, come sopra dimostrato, con la forza dell’intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva un controllo asfissiante sui soggetti economici operanti nel territorio di Scilla – sono riusciti ad infiltrarsi all’interno degli apparati investigativi e giudiziari dello Stato, carpendo illecitamente informazioni coperte dal segreto di indagine. A ciò si aggiunga che è lo stesso Nasone Franco a nutrire la convinzione dell’esistenza – avvalorata ovviamente da fonti di conoscenza illecite – di un’indagine in corso da parte delle Forze dell’Ordine; tale circostanza emerge in modo evidente da una conversazione tra presenti registrata il 23 febbraio 2°12 all’interno del bar “La Genziana” di Scilla, nel corso della quale Puntorieri Pietro racconta a Libro Francesco le raccomandazioni ed i suggerimenti ricevuti da Nasone Franco la sera precedente. E’ altissimo, di conseguenza, il rischio che gli odierni indagati vengano a conoscenza da un momento all’altro dei più recenti sviluppi legati all’indagine in corso - in particolare, dell’esistenza di una microspia all’interno del bar “La Genziana” di Scilla - ed in tal caso, anche tenuto conto della spiccata propensione a rendersi irreperibili dimostrata già in occasione del controllo sul territorio operato dai Carabinieri il 13 gennaio è pressoché certo che si darebbero alla fuga”.

Inquietante, scrivono Prestipino Giarritta, Cerreti e Ferracane.

“Infiltrati” – scrivono ancora i tre magistrati - tra gli apparati investigativi e giudiziari che rubano segreti e li portano fuori da luoghi sacri per la Giustizia quali – per me – sono gli uffici di una caserma di polizia, dei Carabinieri, della Guardia di finanza o di una Procura.

Bisogna inoltre riflettere sul fatto che oltre ai danni immediati (vale a dire la necessità di arrestare subito questi indagati) ci sono i danni in prospettiva che riassumo così: quante altre cose si sarebbero potute scoprire, magari a cascata, se gli indagati non fossero stati informati da talpe degli apparati investigativi e giudiziari? E questo – ahimè – è un problema che sorge spesso in Calabria e non solo.

Dopo l’alba (di Scilla), il tramonto (di Stato).

2 – to be continued (la precedente puntata è stata pubblicata il 30 maggio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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30 maggio 2012 - 18:32

Quella regola aurea del 3% di pizzo sui cantieri dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria

Pizzo batte esercito 3 (% ) a zero.

Sarà paradossale, sarà una forzatura ma è – ancora una volta – la cruda realtà in Calabria.

Nonostante la presenza per mesi e mesi dell’Esercito italiano nei cantieri regionali – magnificata da chi crede che questa presenza possa davvero incidere nella lotta alla ‘ndrangheta – la cosca Nasone-Gaietti che opera nell’area di Scilla avrebbe continuato, imperterrita, a imporre il pizzo del 3% negli appalti per la realizzazione del 6° macrolotto dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria.

L’operazione condotta dai Carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria su delega della Direzione distrettuale antimafia, ha portato poche ore fa all’arresto di 12 presunti appartenenti alla cosca “Nasone-Gaietti”, responsabili a vario titolo di associazione di tipo mafioso ed estorsione aggravata dall’aver favorito un sodalizio mafioso.

Le investigazioni hanno documentato un’infiltrazione pervasiva, costante della ‘ndrangheta, che sarebbe ricorsa a metodi violenti su mezzi e persone pur di perseguire l’intento, quella “regola aurea” del 3% che molte, troppe indagini hanno già documentato in Calabria. Alcuni imprenditori, vessati, avrebbero ad un certo punto detto basta: da qui l’indagine della magistratura partita a fine 2010 e che già nel 2011 aveva portato all’arresto di alcuni esponenti della cosca che, nonostante tutto, voleva dimostrare di essere più forte dello Stato e continuare ad applicare il pizzo.

A giugno 2011 era stato infatti arrestato per estorsione Giuseppe Fulco, che pretendeva il pagamento di seimila euro (corrispondente al 3% dell’appalto aggiudicato dall’Anas) come condizione “assolutamente necessaria alla prosecuzione dei lavori per la realizzazione del tratto Scilla-Favazzina dalla Statale 18”.

Le investigazioni dei Carabinieri hanno consentito di dimostrare che Fulco, ritenuto dagli investigatori organico alla cosca, dopo due danneggiamenti perpetrati ai danni della ditta si era più volte recato sul cantiere pretendendo il pagamento della tangente.

Lo Stato, per il momento, riscattando anche l’impegno profuso dall’Esercito, ha vinto in quel micro lotto che diventa “macro” per l’affermazione della Giustizia e della libertà d’impresa.

r.galullo@ilsole24ore.com

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30 maggio 2012 - 8:30

Spending review/2 Il pm Nicola Gratteri: “100 magistrati consulenti dei ministeri tornino in Procura – E tagliamo i Tribunali!”

Eh no. Il pm Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria, zitto non vuole proprio stare. Del resto se hai la schiena dritta, piegarla è difficile. Anche in questo momento – in cui è un candidato autorevole a diventare capo della stessa Procura – non riesce a sposare la “diplomazia”, tanto utile invece nella vita a chi non ha altre armi.

Ebbene, sempre a Reggio Emilia nel corso della seconda Festa della Legalità, organizzata dalla Provincia (si vedano i tre precedenti post), per far capire quanto sia necessario procedere alla chiusura e al successivo accorpamento dei Tribunali (il Governo vorrebbe tagliarne 37, Gratteri ha indicato il numero di 40), il magistrato si è spiegato con un esempio che non lascia dito a dubbi (e che non sarà piaciuto né piacerà ai suoi colleghi piemontesi). “Vi pare possibile – ha infatti esclamato – che in Piemonte ogni 20 km di autostrada ci sia un Tribunale? E vi pare poissibile che in Sicilia ci siano Tribunali che hannoun carico annuo di 27 fascicoli?”.

Eh no, caro Nicola, obiettivamente possibile non sarebbe. Di fatto, invece è così.

Ma Gratteri –in tema di spending review, vale a dire di revisione e tagli dei costi promossa e promessa dal Governo Monti e portata avanti dal “tagliatore” Bondi – ha detto anche di più criticando i suoi colleghi. “Nei ministeri, al cento e per le sedi periferiche – ha affermato – ci sono 100 magistrati che lavorano come consulenti. Facciamoli rientrare nelle Procure. Facciamo in modo che i magistrati facciano il proprio dovere, quello per il quale sono pagati e per il quale hanno deciso di affrontare un concorso statale. Lasciamo che a fare i consulenti, se proprio ne hanno bisogno, i ministeri prendano i professori universitari”.

Beh direi di fermarci qui. Quasi scontate (ma non banali) le altre “frecciate” puntuali di Gratteri, come questa che vi sottopongo: perché, anziché fa passare ore e ore ai detenuti davanti alle tv, non impiegarli in lavori utili e non mandarli anche a campi di lavoro?

Già, perche?

p.s. Chissà se Bondi leggerà queste umili e umide righe ma – soprattutto – chissà se leggendole avrà voglia di farsi due chiacchiere con Gratteri

4 – the end (le precedenti puntate sono state pubblicate il 21, 22 e 29 maggio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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29 maggio 2012 - 10:39

Spending review/1 Il pm Nicola Gratteri: “Ecco come risparmiare sui costi della Giustizia ma il potere non vuole”

Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri non è certo uno che le manda a dire. Da piccolo, a scuola a Locri, come vicini di banco aveva persone che avrebbero fatto una gran carriera. Sì ma nella ‘ndrangheta.

Figuriamoci, dunque, se ha paura di dire quello che pensa (soprattutto quando è libero da condizionamenti ben superiori a quelli delle cosche militari). E quello che pensa sul tema dell’informatizzazione della Giustizia lo ha detto 10 giorni fa nel corso di una giornata di lavoro organizzata dalla Provincia nell’ambito della seconda Festa della legalità a Reggio Emilia (rimando ai miei post del 22 e 23 maggio).

Per spiegarsi – bene – con un esempio relativo alla follia delle spese nella amministrazione della Giustizia, Gratteri ha citato l’esempio della notifica di avviso di fine indagine. “In media – ha detto il pm – in Calabria spediamo una settantina di avvisi per avvisare gli avvocati degli indagati della fine delle indagini a loro carico”. Ma dico io! (Per chi non conoscesse Gratteri, sappia che è una sua tipica espressione). “Ma dico io – esplode di fronte a una platea di giovanissimi e giovanissime che lo ascoltano - ma perché non farlo con la posta certificata! E invece no, devo notificare con i messi giudiziari che magari sono ciechi da un occhio, non ci vedono bene e sbagliano indirizzo. E così, magari, facciamo uscire il detenuto dal carcere per decorrenza dei termini e tanti saluti”.

E poi ha continuato con altri esempi. “Il potere – ha sbottato – l’informatica negli uffici giudiziari e nell’amministrazione della Giustizia non la vuole proprio per poter così gestire il proprio potere. Volete un altro esempio? Un’ordinanza in media costa in Calabria tra i 30 e 40 mila euro di spese vive. La notifica della stessa agli avvocati degli indagati costa tra i 3 e i 4 mila euro. Ma perché fare fotocopie su fotocopie quando basterebbe una mail certificata? L’avvocato dell’indagato ha pagato i diritti di segreteria? Bene: basta che me lo dimostra, sempre per via telematica e io, con un clic, gli mando l’ordinanza. Per fare queste modifiche al codice di procedura penale ci vogliono due operatori del diritto e non fior di commissioni parlamentari. Con queste e altre modifiche che abbiamo studiato con lo studioso di mafie internazionali Antonio Nicaso e già rese pubbliche i tempi del processo si possono abbattere fino al 60%. Bastano dieci modifiche, non di più. E le abbiamo già elencate tutte”.

A presto cari lettori, con una “chicca” (sempre by Gratteri) che non farà piacere alla casta dei magistrati.

3 – to be continued (le precedenti puntate sono state pubblicate il 21 e 22 maggio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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28 maggio 2012 - 9:13

A Lamezia Terme se si chiude il Tribunale sparisce lo Stato e le cosche festeggiano

Questo  mio articolo è stato pubblicato la scorsa settimana sul Sole-24 Ore. Lo ripropongo per quanti non hanno potuto leggerlo sul quotidiano

Sasso, forbice, carta: mai come al Tribunale di Lamezia Terme (Catanzaro) si addice il gioco della morra cinese.

Il sasso è quello che ha gettato il Governo nello stagno dei Tribunali cosiddetti “minori” con la legge 148/2011. La forbice è quella che dovrebbe tagliarli (il numero presunto, sulla base di alcuni criteri, è di 37) e la carta è la lista che Esecutivo e ministeri della Giustizia e dell’Interno stanno analizzando prima di procedere ad una sforbiciata che è sacrosanta al fine di migliorare efficienza, efficacia e risparmiare sui costi. “Non è possibile che in Piemonte ci sia un Tribunale ogni 20 Km di autostrada – denuncia il pm calabrese Nicola Gratteri – e che al sud ci siano Ttribunali che curano 27 fascicoli all’anno”.

Nella lista c’è (ci sarebbe) anche Lamezia Terme e agli avvocati e al Csm appare un azzardo eliminare il presidio giudiziario. Non è un caso, dunque, che in questi giorni fervano le trattative per indurre il Governo a depennare dall’elenco il Tribunale della terza città per numero di abitanti della Calabria (71mila). Il pesantissimo carico giudiziario ricadrebbe in gran parte sugli uffici di Catanzaro, già oberati da una mole di lavoro straordinaria.

Il primo a muoversi è stato il Consiglio dell’ordine degli avvocati di Lamezia attraverso una lunga analisi firmata dal presidente Gianfranco Barbieri che ricorda come Lamezia conti circa 60 omicidi all’anno, abbia ben sei cosche conclamate e sia la seconda città, dopo Milano, per numero di beni sequestrati. I criteri di soppressione previsti, si legge nella lettera dell’8 maggio spedita al Governo, non prendono in considerazione proprio il “tasso di criminalità organizzata, il cui impatto è pervasivo, con il rischio di un ulteriore aggravamento con la soppressione del presidio giudiziario”. E’ vero che i fascicoli targati “criminalità organizzata” passano comunque alla competenza della Dda di Catanzaro ma è anche vero, dice Barbieri, “che comunque partono da Lamezia e che il resto dei reati commessi nell’area è (quasi) sempre e comunque riconducibile alle cosche” che qui fanno il bello e il cattivo tempo. Oltretutto gli altri Tribunali “minori” impegnati direttamente nel contrasto al crimine organizzato – da Locri a Palmi passando per Marsala, Gela, Nola, Torre Annunziata, Nocera Inferiore e Barcellona Pozzo di Gotto – sono (sembrano) tutti al riparo dalla forbice.

Va sottolineato che per l’ex capo della Procura della Repubblica di Lamezia, Salvatore Vitello, ora nell’ufficio di Gabinetto del ministro della Giustizia Paola Severino, in città “gli ‘ndranghetisti sono almeno tremila e ci sono famiglie mafiose con almeno 200 consanguinei”. A queste stime della Procura vanno aggiunte 10mila persone organiche alla zona grigia: professionisti, amministratori e funzionari pubblici collusi e imprenditori o commercianti prestanome. “In poche parole – dichiarò Vitello – circa il 18% dei residenti vive direttamente o indirettamente a braccetto delle cosche” (si veda il Sole-24 Ore del 24 giugno 2011).

Al di là del tasso di presenza mafiosa, c’è un altro aspetto che rischia di complicare la scelta, visto che nel ‘94 (e successivamente in una relazione sullo stato della giustizia spedita al Parlamento nel ’96) una risoluzione ed una conseguente determinazione del Consiglio superiore della magistratura (Csm) dichiararono “insopprimibili, tra le sedi infraprovinciali, in quanto collocati in zone ad alto tasso di criminalità organizzata” alcuni tribunali tra i quali proprio Lamezia Terme (tutti gli altri non correrebbero, come scritto, rischi).

Le diplomazie lametine e romane stanno muovendo i propri pedoni sulle scacchiere, nella speranza che l’unica a ricevere scacco matto sia la ‘ndrangheta che, mai come in questo momento, sta sperando che il Tribunale venga soppresso.

r.galullo@ilsole24ore.com

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26 maggio 2012 - 16:39

Il testimone di giustizia Pino Masciari: “Costretto a sparire e autoproteggermi perché abbandonato dalla scorta in Calabria!”

Il suo telefono cellulare torna raggiungibile 19 minuti dopo la mezzanotte ma il Sole-24 Ore riesce a mettersi in contatto con Pino Masciari – il testimone di giustizia calabrese che per oltre 36 ore era scomparso a Cosenza – solo alle 9.31 di oggi.

Ha la barba lunga, deve radersi e sta poco al telefono. “La scorta mi ha detto che non mi avrebbe riportato a casa. Mi ha girato le spalle e se ne è andata. A quel punto ho dovuto tutelarmi e sono stato costretto a fare tutto da solo senza dare notizie a nessuno, neppure a mia moglie. Mi sono mosso da solo e non nascondo che nel primo tratto di strada mi hanno riconosciuto e sono stato preso dal panico. Con mezzi di fortuna mi sono messo all’opera per tornare a casa, a Torino, dove sono giunto ieri sera tardi”. In altre parole, come lui stesso scrive sul sito, “mi sono sentito costretto ad auto-proteggermi e a tornare a casa, non ritenendo giusto di esporre i civili che mi stavano accompagnando in quanto versavo, per l’ennesima volta, privo di protezione in terra di Calabria”.

Da quel momento ha staccato il cellulare perché, dice, “sarebbe stato possibile essere rintracciato da chiunque”.

A casa l’aspettavano moglie e figli che – a quanto dichiara al Sole-24 Ore lo stesso Masciari - nulla sapevano. E che per 36 ore hanno cercato di avere notizie. E che per 36 ore nulla hanno intuito se è vero che la coniuge di Pino ha cercato di averne in ogni modo e che ancora nel pomeriggio di ieri aveva un rappresentante del servizio scorte di Torino accanto a lei in casa.

Notizie sulla sua scomparsa che - a quanto si apprende solo questa mattina nel momento in cui è stato pubblicato il comunicato stampa nel sito di Pino Masciari – la prefettura (di Torino? Di Cosenza?, non è dato sapere visto che manca l’intestazione) sapeva. E lo Stato (qualunque fosse la prefettura) non le ha comunicate alla moglie? A quanto sembra no anche se è umanamente difficile da credere.

Alle ore 9 di ieri mattina la prefettura ha infatti ricevuto questo comunicato spedito via fax dallo stesso Masciari:

“Oggetto: Urgente Comunicazione Giuseppe Masciari

La presente, quale documento ufficiale, è per comunicare che in questo momento sono a Cosenza, Calabria, e sono stato “ abbandonato” dal personale di scorta, con la conseguenza che sto provvedendo di rientrare a Torino con mezzi pubblici o di fortuna.

Vani sono stati i tentativi di contattare il personale di scorta di riferimento di ………… . Pertanto mi rivolgo a Lei per un intervento immediato che tuteli la mia persona e per denunciare il susseguirsi di mancate condizioni di sicurezza che avvengono, in particolar modo in Calabria, e che mi espongono a serio rischio.

Reputo le Autorità preposte responsabili se dovesse accadere qualcosa alla mia persona

Cordialità”

Questa la nuda cronaca (conclusiva o dovremo aspettarci la versione dello Stato, attraverso le spiegazioni del Viminale?) di due giornate delle quali non si sentiva francamente il bisogno.

r.galullo@ilsole24ore.com

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25 maggio 2012 - 21:40

Pino Masciari ricompare: con i ragazzi che sostengono la sua lotta sta raggiungendo la prefettura di Torino

Il suo telefono cellulare risulta ancora irraggiungibile ma i ragazzi che da anni lo accompagnano quando la scorta del Viminale latita o comunque è insufficiente, hanno telefonato alla moglie Marisa: Pino Masciari, di cui si erano perse le tracce a Cosenza dalla mattina di ieri, sta tornando a casa a Torino.

A dirlo al Sole-24 Ore è la moglie che ancora non ha parlato direttamente con il marito ma è stata rassicurata dai ragazzi e dalla ragazze che lo hanno incontrato.“Pino sta raggiungendo la prefettura – dice Marisa Masciari – e del resto il prefetto del capoluogo piemontese è stato l’unico che ci ha testimoniato presenza e affetto. Dalla Calabria, invece, nessuna voce. Solo silenzio”.

Si conclude dunque positivamente la storia della presunta scomparsa del testimone di giustizia calabrese. Resta da capire il motivo per il quale si è assentato, senza dare notizie, per oltre 36 ore. Se non è stato prelevato e nascosto per un giorno e mezzo (ipotesi a questo punto più che improbabile), si può presumere che volesse attirare l’attenzione sulle larghe maglie della scorta che spesso lo accompagna. Oppure si può pensare che – dopo circa 15 anni di continue tensioni e minacce, l’ultima delle quali pochi giorni fa sul suo profilo facebook – abbia ceduto alla disperazione a abbia voluto isolarsi per poi ricomparire. Ciò che si spera è scartare l’ipotesi di un gesto azzardato e non meditato che finirebbe con il ritorcersi come un boomerang sulla sua figura.

r.galullo@ilsole24ore.com

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25 maggio 2012 - 16:42

Pino Masciari scomparso/ La moglie rivela: “Mio marito minacciato di morte su facebook pochi giorni fa”

Il maresciallo Lombardo è li, accanto a Marisa, moglie di Pino Masciari, il testimone di giustizia di cui, da ieri, non si sa più nulla. Scomparso in Calabria. Alla moglie Pino è solo riuscito a dire di essere stato lasciato solo dalla scorta che avrebbe dovuto accompagnarlo da Cosenza, dove si trovava per una serie di appuntamenti nel tema della legalità, alla località del nord dove vive dopo aver denunciato, tanti anni fa, usurai e cosche di ‘ndrangheta (si legga articolo precedente).

Il maresciallo Lombardo, del servizio scorte della città in cui i coniugi Masciari si sono stabiliti dopo aver abbandonato per sempre la Calabria, è li, nella casa di Marisa e Pino ma non può rilasciare interviste. In lontananza si sente bofonchiare: “I giornalisti debbono rivolgersi all’ufficio stampa non a me”. Sacrosanto. Giusto. E infatti facciamo a meno di chiamare l’ufficio stampa.

“Loro non sanno nulla – dice Marisa – nessuno sa nulla. Il reparto scorte ha fatto dispacci per avvertire della grave situazione, ci sono forze dell’ordine alla sua ricerca ma zero comunicazioni. Top secret: non mi stanno rispondendo. Nessuno parla. Stiamo interpellando tutti, dai prefetti in giù. Vuol dire che l’intuizione della sua scomparsa non volontaria è giusta? Perché dobbiamo guardarci da soli? Siamo nel panico io e i nostri figli”.

Chiediamo se qualcuno lo ha ricercato. “Io, gli amici, tutti lo abbiamo chiamato e richiamato - risponde Marisa Masciari – tutti. Abbiamo anche richiamato l’albergo di Cosenza. L’hanno lasciato lì a piedi. La scorta si è dileguata”. Ma qualcuno avrà dato ordine alla scorta di andarsene o no? “No so cosa pensare- risponde la moglie - io so solo che ora devo rimanere a casa per i nostri figli, che stanno vivendo male la cosa, e aspettare con loro il ritorno del padre”.

Marisa conferma che dopo aver sentito il marito, tra le 8 e le 8.30 allarmato per la dileguazione della scorta, ha inviato fax ad autorità e al prefetto di Cosenza e, poco dopo, ha riprovato a chiamare Pino sul cellulare ma risultava già staccato. Anche il Sole-24 Ore, poco prima la pubblicazione di questo articolo ha provato, senza successo, a comporre il numero del telefono del testimone di giustizia.

E mentre lo Stato si attiva per cercarlo e nella speranza che quella di Pino Masciari sia stata una fuga volontaria – magari anche solo come gesto di protesta per testimoniare lo scarso grado di protezione e la facilità con la quale i testimoni vengono abbandonati o messi in pericolo – la moglie rivela al Sole-24 Ore una cosa che fa pensare. Qualche giorno fa, su facebook, nel profilo di Pino, è arrivata questa minaccia: “Meglio averti morto”.

r.galullo@ilsole24ore.com

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25 maggio 2012 - 10:08

Esclusivo/La moglie racconta la scomparsa del testimone di giustizia Pino Masciari – Rapito o rifugiato per paura?

“Marisa non mi piace quel che sta accadendo, c’è un vuoto. La scorta mi ha girato le spalle e se ne è andata”. Ecco le ultime frasi dette ieri mattina alla moglie, Marisa, dal testimone di giustizia calabrese Pino Masciari.

Marisa non sa darsi pace al telefono per la scomparsa di suo marito ma resta lucida al punto da non abbandonarsi a facili ipotesi. “Non so se sia scomparso, se l’abbiano preso, se impaurito si sia rifugiato da quale che parte in Calabria – dice - non so ancora nulla. So solo che la scorta che avrebbe dovuto riportarlo a casa, qui al Nord, è arrivata sotto l’albergo di Cosenza dove risiedeva da due notti, gli ha comunicato che non poteva accompagnarlo e se ne è andata”.

Già in Calabria. Per la precisione era a Cosenza, dove il giorno prima, il 23 maggio, Pino Masciari - ricco costruttore edile che nella sua regione denunciò usurai e cosche e per questo non solo ha perso tutto ma da quel momento la sua vita è a rischio – aveva partecipato a dibattiti sulla legalità all’Università e a una rappresentazione teatrale tratta dal libro che ha scritto con la moglie. E’ stato fino a sera con gli attori, ha incontrato gente, ha stretto mani, ha gridato la forza dello Stato e lo squallore della violenza ‘ndranghetista ed è andato in albergo.

Ieri, la mattina presto, ha chiamato la moglie per rassicurarsi che tutto procedesse bene a casa e poi l’ha richiamata tra le 8 e le 8.30 per dirgli – terrorizzato – che la scorta non lo avrebbe riaccompagnato dalla famiglia al Nord. “Pino – racconta la moglie – e questo me lo hanno testimoniato anche persone che erano in quel momento con lui, tra le quali alcuni attori della compagnia, ha cercato di mettersi in contatto con il comandante del reparto scorte della città in cui viviamo per sapere che cosa stesse succedendo ma non è riuscito a parlargli”.

Tutte le ipotesi restano aperte e affrettare le conclusioni sarebbe sbagliato, sbagliatissimo. Per restare – dunque – ai fatti, va rilevato che ieri sera Marisa Masciari ha incontrato un maresciallo del reparto scorte della città in cui vivono. “La cosa incredibile – racconta Marisa – è che lui chiedeva a me dove fosse mio marito. Deve essere lui, deve essere lo Stato a dirmelo”.

Una cosa che appare strana è che Pino Masciari si muove – oltre che con una scorta - anche con un “codazzo” di persone che lo accompagnano per fargli, pomposamente, da “scudi umani”: possibile che nessuno si sia accorto della sua scomparsa? “Conosco mio marito – dice Marisa – e so che quando è terrorizzato e ieri al telefono lo era più del solito, non si fida di nessuno, neppure di se stesso”.

Dunque scomparso o fuggito per ripararsi in attesa che lo Stato si rifaccia vivo per assicurargli protezione vera? “Ma quale protezione – si sfoga Marisa – in Calabria è un disastro. Lo scorso anno fu lasciato per ore a Vibo solo e con una valigia in mano”.

Meglio erano andate le cose nei giorni scorsi. Lunedi i coniugi Masciari erano partiti per Bologna dove Pino è stato insignito della cittadinanza onoraria. La moglie è tornata a casa e il marito ha proseguito per Corigliano (Cosenza), comune già sciolto per mafia, dove ha incontrato i ragazzi di una scuola elementare e la cittadinanza. Sempre – nei movimenti – accompagnato da una macchina del servizio protezione con due persone a bordo.

Terminato l’incontro ed è andato a Cosenza, dando sempre riferimenti degli spostamenti al reparto scorte delle località attraversate.

“La sua testimonianza di legalità vera, forte – conclude Marisa che è in casa sola con i figli – da fastidio. Di fatto noi siamo esiliati. Mai ci è stato proposto dai calabresi di tornare a vivere in Calabria sicuri, protetti. Si naviga a vista”.

Non resta che sperare che il radar intercetti presto Pino e che possa raccontare cosa è accaduto da ieri mattina. Ogni ipotesi – anche le più assurde e impensabili – restano aperte.

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com

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