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Carcere duro da barzelletta/ Altro che isolamento: i mafiosi si parlano in codice da cella a cella, posta una di fronte all’altra!

I dettagli fanno spesso la differenza. Soprattutto quando – ad una lettura attenta e ad un’analisi approfondita – dettagli non sono.

E’ un discorso che vale in ogni campo della nostra vita quotidiana e che deve valere – a maggior ragione – quando si applica alla repressione dello Stato nei confronti dei sistemi criminali allargati e diffusi (scusatemi ma chiamarle semplicemente mafie mi appare da anni riduttivo).

La lettura della relazione della Dna presentata giovedì 22 giugno al Senato, offre un dettaglio (ripeto: tale non è e dovrebbe invece essere considerato un elemento strutturale e non congiunturale nella strategia offensiva dello Stato) sconcertante nell’applicazione del 41 bis che altro non è che il cosiddetto carcere duro. Duro? Mah…Fosse per me lo renderei a prova di bomba atomica ma tant è.

Ebbene il consigliere Maurizio De Lucia (in partenza per Messina dove diventerà capo della procura) scrive testualmente che «le strutture che ospitano i detenuti sottoposti al 41 bis sono nate spesso come strutture carcerarie femminili – nate dunque con lo scopo, ben diverso ed addirittura opposto a quello che deve realizzare il regime di cui all’art. 41 bis o.p. di promuovere la socialità tra le detenute – e con le conseguenti difficoltà strutturali che tali istituti hanno nell’impedire le comunicazioni interne alle carceri; nel senso che le celle spesso si trovano sullo stesso corridoio e che tale situazione rende, appunto, molto difficile impedire comunicazioni tra i detenuti, che poi possono essere veicolate in via indiretta all’esterno (ad es. attraverso familiari di altri detenuti).

In sostanza se l’azione dello Stato sul territorio è vincente essa non può subire rallentamenti per carenze di struttura e proprio nel mondo delle carceri. Anzi, tali strutture devono essere potenziate con maggiori investimenti e la creazione di nuove aree riservate ai detenuti sottoposti al regime in argomento».

Tradotto in soldoni vuol dire che le celle sono messe una di fronte all’altra e dunque – solo chi ha potuto visitare un carcere lo sa – vuol dire che un recluso mafioso o terrorista al carcere duro, può tranquillamente parlare non con uno, siore siori, ma spesso con ben tre dirimpettai, anziché avere le spalle conto il muro e la faccia rivolta verso una finestra che dà verso l’orizzonte. E secondo voi questi nobiluomini si raccontano delle quotazioni a Wall Street? Vi pare normale? E guardate che è cosi, perfino nelle carceri che ospitano detenuti ad alta sicurezza.

Poi uno si domanda – in un regime carcerario che anziché duro dovrebbe essere definito, per mille altri motivi, un panetto di burro – perché nascono alleanze tra clan, cosche o mafie, si spezzano legami, si progettano strategie e magari si annodano i fili di “tragediate” a uso di telecamera e microspia.

Perché la domanda è: ma quale cazzo di mafioso (in)degno di questo nome non sa che viene spiato in ogni secondo della propria vita? Ed allora, secondo voi, perché quando parlano tra di loro usano codici spesso complessi da capire e quando sanno che le loro esternazioni saranno rese note, oltre a lanciare messaggi criptati ad uso di sodali (talvolta di Stato) parlano come se fossero in diretta  in mondovisione?

Altri che morte dignitosa a casa propria?

Ed allora sposo appieno le conclusioni di De Lucia (per me perfin morbide), allorché scrive a conclusione del ragionamento: «Il regime deve essere potenziato e mai attenuato, atteso che sul fronte della lotta alla mafia si può solo avanzare e non arretrare e che, in tale contesto, il ruolo dell’istituto previsto dall’art. 41 bis O.P. è imprescindibile. Si tratta pertanto di un ruolo che va potenziato con nuovi investimenti per la creazione di strutture adatte allo scopo e non certo depotenziato o rispetto al quale si possa addivenire ad una limitazione dei soggetti sottoposti per ragioni diverse dal venir meno della loro capacità di comunicare in maniera efficace con l’organizzazione criminale nella quale continuano ad avere un ruolo di vertice. In questo senso diviene sempre più necessario individuare nel piano carceri nuove strutture idonee, nate esclusivamente per l’assolvimento della funzione di prevenzione prevista dall’art. 41 bis O.P., e da destinare in via esclusiva a tale scopo».

Buon fine settimana.

r.galullo@ilsole24ore.com