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Mafie italiane o straniere, c’è un solo comun denominatore: il ruolo centrale (e mortale) di Milano e della Lombardia

Cari e amati lettori di questo umile e umido blog, l’11 maggio 2017 Nando Dalla Chiesa,  direttore dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università Statale di Milano, ha presentato in Commissione parlamentare antimafia un rapporto riservato alla criminalità straniera nel nord.

Ieri abbiamo letto un’interessante analisi sulle conseguenze del diritto di voto a chi, presente in Italia, vive di criminalità organizzata e può dunque mettere a pessimo frutto un pacchetto di voti e di relazioni sociali ed economiche (né più né meno di quanto già fanno da sempre le mafie italiane).

Oggi, invece, ci spostiamo su un piano più “didattico” ma altrettanto interessante che spiega dove e come si collocano i 5 grandi gruppi di organizzazioni: quelle dell’est europeo (comprese le componenti balcanica, russa e georgiana), la criminalità cinese, quella centrafricana (con particolare interesse per quella nigeriana), quella nordafricana e quella sudamericana. Organizzazioni studiate non indipendentemente dai collegamenti che stabiliscono tra di loro ma analiticamente una per una, un gruppo per gruppo.

CRIMINALITÀ EST EUROPEA

Si colloca soprattutto in Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna, anche se per ragioni diverse, quindi cercando cose diverse (oltre al solito mercato della cocaina e degli stupefacenti in generae). All’Osservatorio risulta una maggiore pericolosità dei rumeni in Piemonte rispetto alla Lombardia. Anche i georgiani sono più presenti per esempio nella provincia di Novara rispetto ad altre province. In Romagna è soprattutto la riviera che viene interessata da investimenti e presenze della criminalità russa. Un dato, quest’ultimo, che fa parte della storia recente.

CRIMINALITÀ CINESE

Si presenta con punte elevate in Lombardia ma non è comunque da sottovalutare in Piemonte, nel Veneto e in Emilia-Romagna. «La criminalità cinese non si tiene più nel recinto delle Chinatown, ne fuoriesce – ha spiegato Dalla Chiesa ai commissari antimafia – e anzi potrei dire che, mentre prima Chinatown era la premessa della criminalità cinese, nel senso che era il rifugio in cui anche trovare le proprie vittime da estorcere e da usurare, oggi la fuoriuscita dal perimetro di Chinatown produce altre Chinatown progressivamente, attraverso l’apertura di negozi, di centri massaggi, di attività che progressivamente figliano altre attività degli stessi gruppi etnici».

CRIMINALITA’ CENTROAFRICANA

Qui svetta la criminalità nigeriana, che è soprattutto concentrata sul Piemonte e sulla Lombardia, una media presenza su Veneto, Emilia-Romagna e Liguria. Le regioni che rimangono sempre fuori sono Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta.
Gioca un ruolo importante la prima meta che i clan nigeriani hanno avuto in Italia, che è stata Torino, la capacità che hanno avuto anche di costruire delle piccole forme di controllo del territorio e la presenza in Lombardia come principale mercato delle due attività che le organizzazioni nigeriane praticano in modo privilegiato, cioè lo sfruttamento della prostituzione e il traffico di stupefacenti (soprattutto cocaina).

CRIMINALITA’ CENTROAFRICANA

La distribuzione è ancora diversa: la Lombardia non manca mai ma c’è anche l’Emilia-Romagna e la Liguria, c’è una presenza interessante del Piemonte e del Veneto e questa volta anche del Trentino-Alto Adige, mentre continuano ad essere marginali Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta.

CRIMINALITA’ SUDAMERICANA

Dalla Chiesa la definisce una criminalità «incipiente», che non ha una pericolosità particolare (?!).

La Lombardia e la Liguria hanno una presenza maggiore e anche qui c’è una storia che lo motiva: quella dei minori che arrivano in famiglie che si separano e che si ricongiungono. «Tuttavia non possiamo dire né che ci sia una tendenza al controllo del territorio, se non molto limitata alle aree sotto stretto controllo di queste bande – spiega Dalla Chiesané che ci sia una presenza diffusa nelle attività illegali».

LA MATRICE COMUNE

Il comun denominatore ai livelli più alti della criminalità italiana e di quella straniera è la Lombardia, che assume un ruolo centrale. Questo può dipendere, spiega il rapporto, sicuramente dalle opportunità che la regione offre, dal fatto che è un grande luogo di attrazione, dal fatto che è il più grande mercato della cocaina d’Italia, che è un mercato aperto, dove anche la presenza di criminalità autoctone non basta a scoraggiare l’arrivo di criminalità straniere. La somma delle criminalità autoctone e delle criminalità straniere, fa si che la Lombardia tenda ad acquisire quasi un primato, non perché sia più pericolosa o ci sia una ’ndrangheta più pericolosa che in Calabria, ma perché il processo complessivo di penetrazione di organizzazioni criminali sollecita una riflessione, afferma il professore universitario,  «su quanto sia vulnerabile questa regione e quanto sia necessario che anche dal punto di vista della domanda di servizi illegali si intervenga sulle forme di complicità, di convergenza, di servizio che vengono fornite alle grandi o alle piccole organizzazioni criminali».

Ora mi fermo ma domani continuo analizzando un aspetto particolare contenuto nel rapporto: la mafia russa.

r.galullo@ilsole24ore.com

2- to be continued (per la precedente puntata si legga

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2017/06/06/losservatorio-sulla-criminalita-organizzata-delluniversita-di-milano-spiega-una-forte-differenza-tra-mafie-italiane-e-straniere-il-diritto-di-voto/)