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Dubai bel suol di latitanza! Da Matacena a Imperiale gli Emirati Arabi danno rifugio a tutti e l’Italia non sa cosa fare

Dubai è la capitale di uno dei sette emirati che compongono gli Emirati Arabi Uniti e si trova a sud del Golfo Persico nella Penisola Araba. Fin qui la geografia.

Passiamo alla storia contemporanea. Dubai è sempre la capitale di uno dei sette emirati bla bla bla ma è anche la meta preferita dei latitanti italiani.

Già, il mare del Golfo Persico deve essere talmente caldo e accogliente che chi glielo fa fare ai latitanti di tornare sulle spiagge italiane, piene come sono di ciccioni sudati e di ambulanti abusivi?

Prendete uno come Amedeo Macatacena, ad esempio. Rampollo di una ricca famiglia imprenditoriale siciliana, ex parlamentare del Pdl, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Dove volete che sverni dal 2013? A Dubai Marina, che non è propriamente come Ostia. Li sta e da li non vuol tornare, anche alla luce del fatto che la Giustizia non ha spento i riflettori su di lui e sulle sue attività imprenditoriali.

Prendete uno come Raffaele Imperiale da Castellammare di Stabia, l’uomo che ha fatto la fortuna del clan scissionista degli Amato-Pagano, gli ex fedelissimi di Paolo Di Lauro che dopo la sanguinosa faida si sono stanziati a Melito. E’ ritenuto da investigatori e inquirenti uno dei narcotrafficanti più potenti del pianeta e sta trascorrendo una latitanza dorata a Dubai, dalla quale non ha alcuna intenzione di tornare in Italia. Lui e la famiglia, fino a poco più di un annetto fa alloggiavano all’hotel Burj Al Arab – uno dei simboli architettonici più famosi di Dubai Marina – dove una stanza costa a notte quanto lo stipendio medio di un insegnante.

Prendete Gaetano Schettino, considerato da investigatori e inquirenti uno dei vice di Raffaele Imperiale. Anche lui a Dubai, anche lui arrestato un bel giorno (il 12 febbraio 2016) e anche lui rilasciato, per l’esattezza il 23 marzo 2016, per la scadenza dei termini di custodia cautelare.

Prendete Samuele Landi, ex ceo di Eutelia, condannato in primo grado a nove mesi il 20 aprile 2015 dal Tribunale di Arezzo per il crac della società. Pazienza, avrà pensato da Dubai, dove nel 2011 si era già dato a nuove attività imprenditoriali.

Prendete l’imprenditore Alberico Antonio Giulio Cetti Serbelloni, che non vien dal mare ma da Milano. Arrestato ad Abu Dhabi, per una frode al fisco di un miliardo tramite società fantasma appositamente costituite sia in Italia che all’estero, nel settembre  2016 era ancora lì ma per un destino comune pressoché a tutti i latitanti, dopo poco è stato rimesso in libertà con l’ordine di non lasciare il territorio degli Emirati Arabi.

E’ bene sapere che se tutto questo accade è perché manca ancora un tassello all’accordo quadro firmato il 16 settembre 2015 tra Italia (ministro della Giustizia Andrea Orlando) e gli Emirati Arabi. Ebbene questi ultimi, a febbraio 2016 (stando a quanto afferma il deputato Davide Mattiello del Pd) avrebbero ratificato il trattato di cooperazione giudiziaria con l’Italia ma il nostro Paese non ancora.  «Il perdurare di queste latitanze – dichiara Mattielloè una chiara responsabilità della politica, perché magistrati ed investigatori hanno fatto quello che era in loro potere, che queste latitanze si protraggano ancora è una ferita alla credibilità delle Istituzioni italiane, insopportabile».

Il 3 marzo 2016 la ratifica dell’accordo è stata presentata in Consiglio dei ministri per ottenerne l’approvazione, passaggio che sembrava una pura formalità, essendo stato preceduto dal placet dei ministeri interessati (Interno, Giustizia, Economia e Finanze) ma il punto all’ordine del giorno venne rinviato e il trattato rimandato per ulteriori approfondimenti. Il nodo è legato alla pena di morte, presente nell’ordinamento emiratino, che fa sorgere nel Governo riserve sulla possibilità di ratificare un accordo di questo tipo. Se così è, l’ostacolo è insormontabile e Dubai diventerà sempre più il Bengodi dei latitanti non solo italiani ma di tre quarti del mondo. Non a caso il deputato del M5s Vittorio Ferraresi dichiara che è stato «un grave errore da parte dell’Esecutivo sottoscrivere un trattato con gli Emirati Arabi Uniti nel quale non si faccia riferimento alcuno alla pena capitale».

Esiste sempre e comunque il canale della cosiddetta cortesia diplomatica per ottenere l’estradizione dei latitanti italiani ma finora non ha funzionato e diventa difficile persuadersi che il trattato, qualora dovesse essere ratificato anche dall’Italia, non varrebbe che per il futuro. E’ soprattutto per questo che Mattiello a febbraio è intervenuto in Aula per sollecitare la risposta del Governo tanto ad un’ interrogazione presentata con i suoi colleghi del Pd Marco Miccoli e Walter Verini, quanto alla risoluzione presentata votata a larga maggioranza in Commissione Giustizia ad ottobre del 2016. Quella risoluzione impegnava il Governo  a presentare con urgenza il disegno di legge per l’autorizzazione alla ratifica dei trattati di estradizione e di mutua assistenza giudiziaria tra l’Italia e gli Emirati Arabi Uniti. Nelle more della ratifica del trattato, la risoluzione impegnava il Governo ad agire in via diplomatica al fine di ottenere l’estradizione di Amedeo Matacena.

Ma il 13 ottobre 2016, il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri, rispondendo a Mattiello e al deputato Vittorio Ferraresi del M5S che ha presentato una risoluzione simile a quella degli onorevole del Pd, dirà chiaro e tondo che «con particolare riferimento alla vicenda processuale di Amedeo Matacena, che il predetto accordo bilaterale con gli Emirati Arabi non risulterebbe, in nessun caso, applicabile, posto che la richiesta di estradizione nei confronti del Matacena fu avanzata in data precedente all’avvio dei negoziati, per fatti commessi anteriormente: pertanto, qualsivoglia iniziativa in tal senso non può che basarsi su altre Convenzioni internazionali, di cui entrambi gli Stati siano parte, ovvero sulla cortesia internazionale come avvenuto sinora. Le due domande di estradizione avanzate nei confronti di Matacena sono state fondate, infatti, l’una sulla Convenzione delle Nazioni unite contro la criminalità organizzata transnazionale, adottata con risoluzione dell’Assemblea Generale A/res/55/25 del 15 novembre 2000, e l’altra sulla cortesia internazionale. Entrambe le richieste sono ancora al vaglio delle autorità emiratine e sono tuttora in corso le interlocuzioni attraverso i canali diplomatici».

Insomma, Matacena (e gli altri latitanti passati, presenti e futuri) possono stare tranquilli a Dubai Marina e magari, perché no, fondare un’associazione “Latitanti italiani (Emirati) uniti” e fare rete.

Io ho la sensazione che qualcuno (chi? Matacena? Imperiale?) sarà sacrificato sull’altare dei buoni rapporti diplomatici anche perché, cari lettori di questo umile e umido blog, gli affari sono affari e gli Emirati Arabi sono tra i principali partner commerciali dell’Italia e uno dei principali acquirenti di armi e armamenti prodotte nel Belpaese.

r.galullo@ilsole24ore.com