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La mafia (in)visibile/6 Il consorzio tra mafie nasce a Milano e la cosca De Stefano gioca alla pari con i più forti

Se avete letto ciò che scritto nelle ultime due settimane sapete che sto analizzando l’udienza a Reggio Calabria del 28 novembre 2016 nella quale il pm Giuseppe Lombardo ha interrogato il pentito Nino Fiume nell’ambito del processo Breakfast.

Sapete che Fiume ha parlato di intoccabili, riservati e invisibili di ‘ndrangheta, mettendo straordinariamente in luce il dominio della cosca De Stefano dopo la seconda guerra di mafia a Reggio Calabria e fino agli inizi degli anni Duemila, quando poi, pentitosi, per forza di cose si distaccherà da quel mondo che voleva fargli la «pellaccia» (parole sue).

Fiume, però, in quell’udienza processuale affronterà un altro importantissimo filone, vale a dire quello del “consorzio” unico tra mafie di cui – su questo umile e umido blog oltre che sul Sole-24 Ore – tanto ho scritto nel recente passato (rimando anche ai link a fondo pagina).

E lo fa con un incipit che non lascia adito a dubbi. Leggete qui: «…perché sembra che la cosca De Stefano sia ferma a Reggio, è una cosa di Reggio invece poi il fulcro della situazione sarà in quel di Milano, dove c’era un qualcosa di molto più ampio che raggruppava Cosa nostra».

In buona sostanza Fiume ripeterà quanto – nell’ambito dell’indagine Mammasantissima ora confluita in Gotha – dirà allo stesso Lombardo in un interrogatorio del 26 gennaio 2015 e si inserisce nell’ambito del solco tracciato (ma lasciato incredibilmente morire da investigatori e inquirenti nel corso dei decenni) il 4 dicembre 1992 da una storica deposizione in Commissione parlamentare antimafia del pentito di San Cataldo (Caltanissetta) Leonardo Messina.

Fiume, sollecitato da Lombardo, conferma che la capitale di questi incontri – ben prima delle stragi siciliane – era Milano e svela il ruolo del ventenne (!) Giuseppe De Stefano in seno al consorzio mafioso, con puntiglio nei confronti dello stesso pm.

«Lui già faceva parte del consorzio, dottore. Allora non ha capito – dirà FiumeLui già a Milano era con Gimmi Miano, era con i Cursoti, era con i Santapaola e quegli altri cui ci facevano la guerra giù e là invece erano in affari. Con i Papalia, erano nella cooperativa di tutto quello che si gestiva a Milano e che prendevano venti milioni a testa, pure suo fratello».

E cos era questo consorzio, chiede il pm. Questa la risposta: «In pratica una…del gruppo Sacra Corona Unita, gli Ascione con la camorra, la parte di Cosa nostra dei Cursoti, però c’erano pure quelli là di Madonia, qualcuno di quelli che era collegato sia da una parte che dall’altra attraverso quel passaggio di Enna, non mi ricordo, che tenevano quell’equilibrio a Milano di dividersi determinati proventi nel periodo degli scambi di favori, quando (inc.) di Catania, che da Franco Coco che voleva la morte di Gimmi Miano e lui non la voleva dare; ci sono questi scambi tramite Ercolano (…)  Pulvirenti, Franco Coco lo aveva trattato un po’ male, lo aveva lasciato in un albergo di Gimmi e sotto la mia ala protettrice non si tocca».

E il ruolo di Giuseppe De Stefano in questo contesto qual era?, incalza il pm. «Lui aveva fatto degli omicidi con loro là. Lei deve partire dal fatto che quando Giuseppe De Stefano si è salvato miracolosamente (…) Lui rappresentava i De Stefano attraverso Franco Coco e i Papalia insieme a Mico Ianniti (…) Nei Libri c’era pure un ruolo un po’ minore, Mimmo Branca».

Lombardo chiede poi quando avessero avuto inizio quelle riunioni allargate tra ‘ndrangheta, Cosa nostra, Sacra corona unita e camorra e qui Fiume ha un ricordo criminale preciso che gli fa da segnatempo: nel periodo che uccidevano i turchi. E spiega: «In pratica a Milano arrivavano dei turchi che portavano l’eroina e loro hanno fatto le cose più brutte di questo mondo perché non solo li ammazzavano, ma cose brutte. Li torturavano, li incaprettavano, aspettavano che morissero».

Siamo – tanto per intenderci – intorno al 1989/90 e Lombardo sottolinea che, all’epoca Giuseppe De Stefano era minorenne. Fiume si scompone o si corregge? Manco per idea: «Ma lui (Giuseppe De Stefano, ndr) il primo omicidio l’ha fatto da minorenne (…)  Che lui era dentro queste cose qui. Guardi, c’erano hotel, lì a Milano, sembrava una caserma (…)  Sì. Da giovanissimo».

Il pentito che andava pazzo per le piste da ballo con la cosiddetta Reggio bene che poi ha sfornato fuoriclasse assoluti della classe dirigente calabrese e italiana (si nota l’ironia?) conferma che frequentava quei circuiti, anche milanesi, già in quegli anni e ha un ricordo vivido. Con un esempio: «…Partii alla volta di Milano urgentemente con Carmine De Stefano e arrivai in un albergo dove c’erano cinquanta persone che erano arrivate da tutte le parti d’Italia per fare terra bruciata a questi napoletani che erano sempre affiliati con loro per il tramite di Peppe Flachi e che poi li hanno uccisi tutti. Poi sono entrati gli scambi di favori da Luigi Fabbrocino e altri. Si è innescato un sistema (…)  Erano i siciliani che portavano avanti questo discorso (…) Già quando era vivo Paolo De Stefano, a Milano, aveva la sua fetta con dei siciliani che controllavano il discorso delle bische clandestine (…) Erano siciliani, però su Milano dividevano questi introiti con i calabresi all’epoca di… che poi, come si chiama… Epaminonda, che poi entrò Franco Coco, Peppe Flachi e altri. Avevano avuto sempre questa cosa di buon rapporto, anche se, diciamo, era conosciuto Paolo De Stefano come più vicino a Nitto Santapaola, però in realtà era in buoni rapporti con i palermitani, perché erano cosa nostra, però c’era costa nostra di Catania e quella di Palermo».

E sul finire di questo stralcio di interrogatorio, Fiume tornerà da dove era partito: «Allora, guardi, è stranissimo. Certe cose di Reggio si sapevano prima a Milano che poi a Reggio. Per esempio, esponenti dei Condello si sono incontrati a Messina con un gruppo vicino a Santapaola. Gimmi Miano si organizza e dice: “Vai a vedere chi sono questi qua”; si sapevamo prima le cose a Milano perché, ripeto, c’erano persone a Milano che si facevano la guerra…».

Insomma, se tutto il mondo è paese, volete che Reggio Calabria non sia dagli anni Ottanta/Novanta una provincia criminale di Milano dove, nel nome degli affari, si è articolato il consorzio tra mafie? Suvvia, siate pratici!

Ora mi fermo ma la prossima settimana si riparte.

r.galullo@ilsole24ore.com

6 – to be continued

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