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Differenza tra mafia romana e milanese: ruoli capovolti e la capitale della finanza sporca diventa Roma

Leggendo in questi giorni – come tutti voi – i servizi sulla truffa che sarebbe stata perpetrata a Roma a danno di (più o meno) facoltosi clienti di Gianfranco Lande, mi sono venute in mente alcune riflessioni che sopivano forse da qualche tempo.

Tra le varie cronache che hanno riportato il coinvolgimento, tutto da provare, della ‘ndrangheta, di Cosa nostra e persino della Sacra corona unita (seppur in maniera minore), riporto questo pezzo dell’articolo scritto il 4 aprile da Federica Angeli per Repubblica edizione romana: “Spuntano poi, nella lista dei mille e duecento, altri inquietanti personaggi legati alla malavita organizzata. Oltre ad alcuni esponenti del clan della 'ndrangheta dei Piromalli, gli inquirenti stanno approfondendo gli accertamenti nell'ipotesi che per le mani del finto broker sia passato anche altro denaro di dubbia provenienza. Il sospetto è che dietro il grande volume di investimenti si celi un'attività di riciclaggio di denaro di provenienza illecita. Ben 14 milioni di euro – dei 170 che avrebbe complessivamente gestito Lande – gli sarebbero stati consegnati da Antonio e Giuseppe Piromalli, nonché da Antonio Coppola, legato al clan 'ndranghetista per mano di Matteo Cosmi, un commercialista di Forlì già coinvolto nell'inchiesta sulla P3”.

Due giorni prima, la stessa collega e Francesco Viviano, avevano scritto: “Alcuni esponenti della famiglia Piromalli avevano consegnato 14 milioni di euro a due imprenditori di Forlì, un commercialista e un broker, già indagati per riciclaggio. I due danno quel denaro a Lande che a sua volta lo investe alle Bahamas. Il clan ' ndranghetista viene poi a sapere che quei soldi sono finiti nelle mani di Lande e che sono spariti. Quindi vanno da lui a chiedere di riavere immediatamente quel denaro. Ma la restituzione tardava ad arrivare, così i Piromalli si presentano a casa di Lande e minacciano di uccidere lui, la moglie e la figlia. Così il finto broker riconsegna al clan circa 10 milioni di euro. Questo quanto depositato nella denuncia presentata da Gianfranco Lande in procura, prima di essere arrestato. Gli accertamenti della Finanza ora lavorano dunque, oltre alla truffa, a verificare il giro di riciclaggio del denaro di provenienza illecita”.

Ora – per chi non lo sapesse – la cosca Piromalli è di casa tanto a Roma quanto a Milano. Nella capitale lo è molto, ma molto di più di quanto non si possa credere. Un amico magistrato mi ha confidato che in un’inchiesta di parecchi anni fa i fili delle ragnatela della cosca Piromalli arrivavano ad avviluppare ambienti inimmaginabili della città eterna. Un’inchiesta che, purtroppo, non è stato poi possibile condurre a termine.

Ma sapete qual è la curiosità? Che la famiglia Piromalli in questione non è quella di Gioia Tauro ma di una famiglia di casa sulla fascia jonica. Pura omonimia e dunque parlare di "cosca" appare forse eccessivo.

Il caso Lande-Piromalli (se ovviamente sarà provato) permette di fare una riflessione di carattere generale. La ‘ndrangheta (e le mafie in generale) da tempo non investono i capitali sporchi nelle sole attività “imprenditoriali”.

Da tempo, oltre a riciclare in beni immobili e imprese (dall’edilizia al settore immobiliare, dal commercio al turismo), le cosche si avventurano in operazioni finanziarie. In vere e proprie speculazioni – anche per interposta persona – che servono per ripulire il denaro sporco. Operazioni immateriali e improduttive, dunque, che si accompagnano ad un altro obiettivo: il finanziamento della politica. Nessuno ne parla ma Roma – capitale della politica sporca più sporca – è un crocevia pazzesco di soldi che affluiscono nelle casse dei partiti o finiscono nelle attività di propaganda, da parte di personaggi vicini alle mafie.

Nel Nord – da Torino a Padova, passando per Milano e Bologna – questo non sembra accadere. Impossibile, certo, negare che capitali mafiosi entrino nelle speculazioni finanziarie ma la stragrande maggioranza delle risorse è impiegata nell’impresa. Nei beni materiali e non in quelli virtuali. In investimento “produttivi” in altre parole.

Tutte le recenti inchieste della magistratura milanese lo dimostrano. Così come, appena pochi giorni fa, ha rivelato la Procura di Santa Maria Capua Vetere per i capitali del cosiddetto re dei rifiuti dei Casalesi, investiti in un’impresa padovana che operava nell’ambiente. Non si tratta di ‘ndrangheta, si tratta di camorra ma il ragionamento è lo stesso.

Una riflessione sul tema l’ha fatta recentemente anche Roberto Scarpinato, Procuratore generale presso la Corte di appello di Caltanissetta presentata a Bruxelles lo scorso 29-30 marzo nell'ambito delle discussioni al Parlamento Europeo "Verso una strategia europea per combattere il crimine organizzato transnazionale".

Nei territori del centro Nord – ha riferito in quella straordinaria audizione – gli esponenti della criminalità organizzata si limitano infatti ad acquisire spesso solo quote di partecipazione societaria di minoranza. Ciò che conta è riciclare il denaro, disseminare il capitale mafioso in un numero elevato di imprese operanti nel territorio e creare una fittissima rete di complicità tra soggetti coinvolti a vario titolo in affari illeciti. In tal modo si crea un clima generale di omertà e di silenzio sull’attività di occulta colonizzazione di intere zone del territorio da parte dei mafiosi.
Silenzio che arriva al punto di coprire anche le attività di estorsioni classiche attuate a danno di piccoli operatori economici operanti in quegli stessi territori. In un procedimento penale che nel marzo del 2011 ha condotto all’arresto di trentacinque esponenti della ’ndrangheta in Lombardia, il giudice del Tribunale di Milano che ha emanato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, ha scritto testualmente “L’impresa mafiosa ha raggiunto un preoccupante livello di accettazione sociale” nel senso che “ i vantaggi di cui gode l’impresa mafiosa non vengono (quasi) mai stigmatizzati dalle imprese sane, che preferiscono subire in silenzio ovvero entrare in affari con gli indagati e non denunciare
”.

A Roma c’è più gusto a fare la bella vita (molti locali della movida sono delle mafie), la finanza speculativa (attraverso broker imbroglioni) e comprare la politica (con la corruzione a suon di bigliettoni e favori).

r.galullo@ilsole24ore.com

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  • Roberto Rabacchi |

    Penso che è, e sarà sempre più difficile riconoscere le attività pulite da quelle sporche, infatti grazie a manovre finanziarie, complicità politiche e private sono sempre più infiltrate, mescolate e impunite.
    Falcone diceva “follow the money e troverai il mafioso”
    L’uomo onesto comune che vorrebbe stare lontanissimo da attività intaccate da denari sporchi rischia di cadervi inconsapevolmente, é inaccettabile per chi crede nello stato, nel lavoro, nella dignità.
    inoltre, registro una miriade di “esperti” di mafia, ma secondo me non tutti degni di un’attenzione mediatica. Credo che anche tra loro (voi) vi sia da fare le giuste distinzioni, c’è anche chi è chiamato (e pagato) a parlare da una certa amministrazione, di una certa linea partitica, ma se questo “esperto” è anche un attivo simpatizzante del partito che governa e ha governato la stessa città mi è lecito sospettare che le parole tranquillizzanti di tale esperto siano dovute.
    Che un’eventuale corresponsabilità politica non venga nemmeno presa in esame, che si dica che le responsabilità sono esterne alla città, ecc ecc.
    Gentile Galullo,
    è anni che assisto ad incontri sul tema, ma mai come oggi noto una degna attenzione istituzionale solo ad alcuni e non ad altri, dovendo registrare una incomprensibile “cautela” di relatori che dicono “dobbiamo tenere alta l’attenzione per non farli entrare” e chi meno in politichese dice “è già entrata, i rapporti della DIA ci dicono che….” ecc,
    tra quest’ultimi ho particolarmente apprezzato Il Dott. Raffaele Cantone e Dott. Antonio Nicaso che, rispettivamente a Modena e a Reggio Emilia, presentando i loro libri hanno ben parlato ad un piccolo gruppo di persone, senza nessuna presenza instituzionale…
    Insomma, un conto è la visibilità e un conto sono i contenuti dei messaggi che devono essere coerenti, realistici e commisurati alla gravità del fenomeno.
    Lei capirà il senso di questa e-mail e preoccupazione.
    Cordiali saluti
    Roberto Rabacchi

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