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Roberto Galullo

Guardie o ladri di Roberto Galullo

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agosto 2010

27 agosto 2010 - 10:32

ESCLUSIVO/9 Dietro l’attentato a Di Landro l’ombra dei servizi segreti deviati che a Reggio sono di casa

Scrivo oggi sul Sole-24 Ore nelle mie corrispondenze dopo l’attentato sotto casa del procuratore generale Salvatore Di Landro, che era dai tempi degli attentati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che un magistrato “blindato” non subiva un attentato sotto casa.

A differenza degli attentati dell’Addaura e via D’Amelio l’attentato non doveva uccidere ma intimidire un’intera città e la magistratura, a partire dai vertici.

Riporto su questo blog – anche per le migliaia di lettori che non sono ahimè contemporaneamente anche lettori del Sole-24 Ore – l’articolo principale che ho scritto oggi sul giornale ma approfondendolo di un aspetto che fa tremare parte della magistratura calabrese (quella sana) e lascia alla finestra invece la parte corrotta delle Istituzioni nazionali e locali: il ruolo dei servizi segreti deviati.

PROCURE IN ANSIA

Una procura, anzi due, sono scosse da continui scontri tra i magistrati, divisi tra chi vuole seguire un nuovo corso che non guardi in faccia a nessuno e chi invece è ancora attento a misurare ogni respiro. Oltre che nella procura generale, dalla quale ultimamente due sostituti hanno fatto le valigie, anche nella procura antimafia la tensione è forte dopo che le inchieste “Meta” e “Il Crimine” hanno colpito duramente le cosche ma hanno finora evitato il livello politico. Una procura antimafia dove la tensione è ancora più alta dopo le voci che danno per imminente la partenza del Procuratore Giuseppe Pignatone, con destinazione ministero della Giustizia a Roma: affari generali o amministrazione penitenziaria le sponde probabili.

La città è intanto lacerata da guerre per bande nel Comune dopo l’uscita di scena dell’ex sindaco Giuseppe Scopelliti diventato Governatore e non più in grado di garantire un equilibrio granitico.

La bomba è opera delle cosche ma nessuna di loro sarebbe così suicida da piazzarla autonomamente dopo che l’attentato del 3 gennaio 2010 alla Procura e la manomissione della macchina di Di Landro hanno raggiunto il solo scopo di blindare le certezze del capo della Procura generale: far viaggiare celermente i 45 processi in appello che da settembre, a partire dalla cosca Libri, vedranno sfilare i maggiori boss ai quali nessuno garantirà clemenza e benevolenza. “Il solo ufficio gip del tribunale di Reggio Calabria – dichiara il sostituto procuratore nazionale antimafia Alberto Cisterna - ha emesso al 31 luglio oltre 800 misure cautelari; la sezione misure di prevenzione è al secondo posto in Italia per numero di sequestri e confische antimafia, malgrado il solo tribunale abbia una scopertura di 16 giudici e la situazione dei collaboratori di cancelleria sia di oltre 80 unità inferiore alle stime di fabbisogno minimo elaborate dal ministero della Giustizia nel 2001”.

IL VERTICE IN CASA DI LANDRO

In piena notte, subito dopo l’attentato, a casa Di Landro si è riunito un vertice di magistrati e Forze dell’Ordine che ha ragionato su quale mano abbia stretto quella della ‘ndrangheta per complimentarsi dell’ennesimo avvertimento. Un vertice che ha affondato, non senza tensioni personali, l’analisi sulla presenza dei servizi segreti deviati nelle recenti storie reggine. Una mano che serve a sparigliare le carte e contribuire a quel clima di paura che a Reggio obbliga magistrati e inquirenti a guardarsi dal vicino di scrivania. Una mano vitale per chi in provincia vuole continuare a fare affari soprattutto ora che i soldi del decreto Reggio, quelli per Reggio città metropolitana e per il futuro Ponte sullo Stretto arriveranno a fiumi.

Questa bomba – è la ricostruzione intorno alla quale si è snodato il ragionamento – parte dalla microspia scoperta il 21 aprile 2007 nell’ufficio del procuratore aggiunto antimafia Nicola Gratteri, titolare di una delicatissima inchiesta che avrebbe chiamato in causa anche uomini delle Istituzioni. Ora si scopre che la microspia sarebbe stata registrata e data in dotazione alle Forze dell’Ordine nel 1991.

Non solo. In un pizzino Pasquale Condello, boss di ‘ndrangheta arrestato il 18 febbraio 2008, parla di una “toga sporca”. durante il vertice, la sorpresa comunicata tra colleghi: la grafia del pizzino non appartiene né a Condello né ai familiari nè ai più stretti sodali. Chi lo ha scritto e chi lo ha fatto rinvenire allora è la domanda che oggi a Reggio Calabria molti si pongono?

Infine l’ultimo perno intorno al quale ha ruotato il vertice in casa Di Landro: per la prima volta in un’inchiesta, “Il Crimine”, un arrestato, Giovanni Zumbo, commercialista di Reggio e proprietario con il padre di un negozio di ferramenta, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, ex segretario particolare di Alberto Sarra, attuale sottosegretario della Regione e uomo di fiducia di Giuseppe Scopelliti, viene intercettato mentre con i suoi interlocutori, secondo i magistrati, fa chiaramente riferimento ai servizi segreti. E intorno a quest’uomo si concentrerà la magistratura, che ha appurato che Zumbo conosceva per filo e per segno le mosse e le inchieste della Procura antimafia ed era in grado di comunicarle in tempo quasi reale ai clan Pelle, Ficara e Oppedisano. Del resto lo stesso procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, ieri ha detto chiaro e tondo che “altre identità si sentono minacciate dalle indagine reggine”.

UNA STORIA CHE PARTE DA LONTANO

Da decenni a Reggio Calabria chi conta e chi sa racconta di un intervento continuo, incessante dei servizi segreti deviati e dei pezzi deviati dello Stato nelle trame più oscure della regione.

In questo quadro si colloca anche l’ascesa negli anni anni ’70, all’interno della ‘ndrangheta, della famiglia dei De Stefano, che strinse un patto con l’eversione di destra, ambienti dei servizi segreti, la massoneria deviata e i grandi trafficanti internazionali di armi e droga. Questa alleanza consentì alla famiglia De Stefano di vincere la prima guerra di mafia, di liberarsi di alcuni vecchi boss e assumere ilo comando a Reggio Calabria. “Giorgio De Stefano – testimoniò l’ex santista e poi collaboratore di giustizia Giacomo Lauro – diceva che era ora che si cambiassero le istituzioni e che bisognava aiutare la destra eversiva in quanto i comunisti ed i socialisti erano contro la ’ndrangheta”. E, guarda caso, a 40 anni di distanza, è ancora la cosca De Stefano a dettare legge a Reggio e provincia.

In un summit in Aspromonte, nel 1969, venne anche sottoscritta un’alleanza tra diverse cosche che permise la discesa in Calabria di Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie e Pierluigi Concutelli, ma soprattutto la messa a disposizione di centinaia di uomini armati per la notte dell’Immacolata, l’8 dicembre 1970, quando in diverse parti d’Italia scattò il piano golpista di Borghese, poi passato alla storia come la notte di “Tora-Tora”, dal nome in codice dato all’operazione. Il contrordine, giunse all’improvviso, a colpo di Stato iniziato e mai si seppe perché venne dato.

LA BOMBA AL COMUNE DI REGGIO CALABRIA NEL 2004

Mentre tornano le intimidazioni al sindaco facente funzioni di Reggio Calabria, Peppe Raffa, va ricordato che il 7 ottobre 2004 altra, diversa e misteriosa intimidazione fu perpetrata ai danni dell’allora sindaco Giuseppe Scopelliti, oggi gaudente Governatore della Regione. Quel giorno  gli uomini del Sismi segnalarono un progetto di attentato nei suoi confronti. L’ordigno fu trovato in un bagno del municipo in seguito alla segnalazione del Sismi.

Alcuni giorni prima i servizi segreti avevano segnalato che Scopelliti era nel mirino della criminalità e per questo gli fu anche assegnata la scorta. Il Sismi, nella sua segnalazione, specificava inoltre tempi e modalità dell'attentato: il tritolo era nascosto dietro il water del bagno dell'ufficio comunale. Secondo ambienti investigativi, l’esplosivo non era stato ancora innescato al momento del suo ritrovamento.

Su quell’episodio si intrecciarono poi misteri mai chiariti – guarda caso e ancora una volta – che portarono anche a ipotizzare manovre eversive e diversive di pezzi deviati dello Stato e non solo

LE MINACCE ALLA FAMIGLIA LAGANA’-FORTUGNO

Ugualmente misteriosi e ancora avvolti dall’ombra dei servizi segreti deviati e dello Stato deviati che in Calabria può attingere a piene mani in ogni ordine e grado delle Istituzioni, con l’eterna regia delle logge massoniche coperte, gli episodi che riguardarono i falliti attentati, il 14 dicembre 2006, agli ospedali di Siderno e Locri accompagnati a minacce contro i familiari di Francesco Fortugno, il vice-presidente del Consiglio regionale della Calabria assassinato nell' ottobre 2005) è accusato di aver agito «in concorso con soggetti allo stato non identificati».

In quegli oscuri episodi entrarono un ex poliziotto e si indagò persino su un Carabiniere in servizio a Roma con un passato nel Sisde. Immancabile il ruolo della ‘ndrangheta che avrebbe messo facilmente l’esplosivo a disposizione. Una mano (sporca) non lava l’altra (ancora più sporca).

E DULCIS IN FUNDO…AGOSTINO CORDOVA E DE MAGISTRIS

In questo quadro come non ricordare che a pagare uno scotto pesantissimo per le loro inchieste sulle connessioni mortali tra massoneria deviata, pezzi deviati dello Stato e ‘ndrangheta sono stati prima Agostino Cordova, ex procuratore capo della repubblica di Palmi e in tempi più recenti l’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris?

Ma a Locri furono minacciati anche l’allora procuratore capo Rocco Lombardo e i giudici Bruno Muscolo e Nicola Gratteri.

Lombardo, in particolare, stava cercando di capire se nel sequestro di Roberta Ghedini, avvenuto agli inizi degli anni Novanta, i servizi segreti avessero avuto un ruolo e chi avesse materialmente il riscatto per la liberazione della giovane bresciana.

Oggi è un altro giorno e a Reggio la Giustizia ricomincia a mettersi in moto ma a ricominciare a tessere le trame oscure saranno anche i soliti “ignoti”. Finchè mi sarà possibile continuerò a raccontarvi quel che un giornalista vede, sente e percepisce.

10  – TO BE CONTINUED (si vedano i precedenti 8 post in archivio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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24 agosto 2010 - 10:39

ESCLUSIVO/8 Gli appalti a Reggio Calabria, il dg Crucitti e Consolato Scopelliti, fratellone del Governatore

E’ il 16 febbraio 2007 quando i Ros dei Carabinieri di Reggio Calabria, nel corso di attività investigative da tempo programmate si imbattono in conversazioni nelle quali – scriveranno poi a pagina 412 di un monumentale rapporto consegnato nelle mani della Procura distrettuale antimafia - “si fa espresso riferimento ai contatti mantenuti dal sindaco con esponenti della criminalità organizzata nonché ad un asserito coinvolgimento del fratello di quest’ultimo”. Nei confronti dei due fratelli Scopelliti le considerazioni espresse (contatti e asserito coinvolgimento) sono, chiariamolo, unidirezionali, provengono cioè da soggetti che possono benissimo millantare, sia ben chiaro. Al giornalista spetta il compito di riportare i fatti, alla magistratura quello di provare e giudicare). 

Il monumentale rapporto a pagina 412 fa riferimento – senza sorta di smentita se non altro perchè questo è quanto raccontano gli inquirenti – a Consolato Scopelliti e a suo fratello, allora sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, attuale Governatore della Regione che proprio ieri ha ricevuto una lettera dallo strano contenuto e dalle strane e strampalate minacce.

Consolato Scopelliti è nato a Reggio Calabria il 9 agosto 1961 ed è dunque il fratello maggiore dell’attuale presidente della Regione, nato il 21 novembre 1966.

I Carabinieri scendono dunque nel dettaglio e scrivono che quel giorno, appunto il 16 febbraio, Francesco Labate dialoga con Domenico Barbieri. Il primo si lamenta con il secondo della mancata assegnazione di appalti pubblici alla sua impresa e, in generale, della mancata distribuzione in maniera equa degli appalti, privilegiando solo pochi imprenditori.

 

LA DITTA FAVORITA SECONDO BARBIERI

 

Ma chi sono i due soggetti intercettati che finiscono nel mega rapporto dei Carabinieri? Francesco Labate è un imprenditore nato a Reggio Calabria il 10 gennaio 1938. Testualmente si rivolge così a Domenico Barbieri: “stanno dando i lavori solo dove vogliono…dove…per non fare niente” “….omissis…fino a che tenevano, tenevano il discorso equilibrato, dice una tu, una tu; no qua è focalizzato, il discorso è focalizzato”.

Prima di addentrarci nell’oggetto del dialogo, vale a dire dell’impresa sulla quale è “focalizzato il discorso”, ricordiamo invece che Domenico Barbieri è un imprenditore edile arrestato nell’abito dell’inchiesta Meta della Dda di Reggio Calabria, che ha fotografato il profilo criminale che domina città e provincia. Un’inchiesta, come del resto la successiva “Il Crimine” scivolata il 13 luglio sull’asse Milano-Reggio Calabria, ha “miracolosamente” tenuto fuori i papaveri della politica calabrese.

Bene. Barbieri, il 16 febbraio 2007, illustra a Labate l’intraprendenza di una ditta chiamata Edil.ma la quale, riporto testualmente ciò che leggo a pagina 412 del Rapporto dei Ros, “… avrebbe ottenuto l’aggiudicazione di alcune gare d’appalto, grazie all’intervento del fratello del sindaco che, d’accordo e in combutta con l’ingegner Pasquale Crucitti, si sarebbe preso alcune somme di denaro, per favorire proprio l’Edil.ma ed altre ditte”.

Edil.ma è un’impresa che fa capo a Santo Marcianò, nato a Reggio Calabria il 5 giugno 1976, con sede legale a Reggio Calabria, in via dei Monti 123. L’impresa, regolarmente iscritta nelle imprese fornitrici del Comune di Reggio, si occupa di lavori edili, ristrutturazioni, costruzione, sbancamenti, lavori stradali, costruzione di fognature.

 

L’INGEGNER CRUCITTI

 

L’ingegner Crucitti al quale si fa riferimento nel dialogo, nato a Reggio Calabria il 26 ottobre 1952, è una figura chiave, forse la più importante del Comune di Reggio Calabria: è il dirigente alla Programmazione e progettazione.

Crucitti, il 10 aprile 2009 è stato gambizzato con alcuni colpi di pistola al centro di Reggio, dopo che aveva parcheggiato l’automobile per raggiungere casa. Due persone, giunte sul posto a bordo di uno scooter e caschi sul volto, hanno sparato contro Crucitti 7 colpi, tre dei quali lo hanno raggiunto alle gambe.

Nei mesi precedenti era stata data alle fiamme anche l’auto dell’architetto Saverio Putortì, dirigente del Comune per il settore Urbanistica.

Pochi mesi prima dell’agguato, per la precisione il 22 gennaio, le cronache del web raccontano che tra gli altri Pasquale Crucitti e l’allora sindaco Giuseppe Scopelliti parteciparono alla consegna dei lavori di riqualificazione della zona limitrofa la chiesa di Santo Stefano da Nicea di Archi Cep, a Reggio. L’intervento, programmato già nel 2007, verrà eseguito da Edil.ma.

 

IL TESTO DELLA TELEFONATA

 

Ma torniamo alla chiacchierata tra Barbieri e Labate. Che cosa registrano le apparecchiature? Testuale.

Barbieri: …incomprensibile…aggiustare i lavori. L’hai visto Edil.ma… incomprensibile (Edil.ma, ndr) come cazzo ha fatto ad entrare?

Labate: Io non sono riuscito a sapere con chi…incomprensibile

Barbieri: Con il fratello del sindaco!

Labate: Con Crucitti proprio?

Barbieri: Con il fratello del sindaco è lui. I soldi se li sta prendendo il fratello del sindaco!

Labate: Edil.ma

Barbieri: Di tutti! Quello che si è riempito la mazzetta, quello che si è preso la pila!

Ora la pila, per chi non lo sapesse, in dialetto reggino vuol dire proprio “mazzetta”. Se volete ve lo traduco anche nel mio dialetto, il romanesco: “la stecca”. Specifico ancora che Consolato Scopelliti non è indagato in alcun procedimento così come, del resto, il fratello Giuseppe, Francesco Labate e Pasquale Crucitti (nei confronti di coloro i quali vengono chiamati in causa, oltretutto, a partire dai fratelli Scopelliti. potrebe esserci un'opera millantatoria che sta alla magistratura appurare, i giornalisti raccontano solo i fatti e fanno cronaca).   Quest’ultimo – basta andare a verificare sul sito del Comune di Reggio Calabria alla voce “Operazione trasparenza” – risulta ancora dirigente del Dipartimento, nominato con il decreto sindacale n.949 del 3 aprile 2003.

 

 

IL COLLOQUIO LABATE-CRUCITTI

 

Se si gira pagina del rapporto dei Ros e si va a pagina 413 si scopre che Labate racconta a Barbieri di un colloquio avuto con Pasquale Crucitti, per esporgli il disappunto per le scelte fatte dal dirigente comunale, nonostante Labate avesse fatto ogni sforzo per costruirsi un’immagine credibile, evitando frequentazioni che potessero avere controindicazioni. “….omissis…Pasquale, gli ho detto io – registrano le apparecchiature delle Forze dell’Ordine – adesso hai rotto i coglioni, non frequento io a questo, non frequento a quello…omissis...” e rivolgendosi a Barbieri: “….omissis…non mi hanno fatto incassare più, mi vogliono vedere morto. Mi vogliono vedere morto…omissis…”.

E Barbieri giustifica il suo mancato intervento a difesa di Labate, sostenendo che non poteva permettersi di entrare in contrasto con Crucitti e il suo entourage poichè non disponeva di altre amicizie. Ecco il testo: “…omissis…Franco, io non ho, non ho potuto parlare perché sai più o meno qua c’è un giro, tutto, tutto, tutto, un giro! Dal primo all’ultimo!...omissis…io solo questi amici ho!” e ancora: “è tutto un filone là…omissis…”.

E successivamente i due, Labate e Barbieri, continuano a fare riferimento agli appalti e in particolare alla situazione che si è venuta a verificare nel Comune di Reggio Calabria, visto che i lavori venivano assegnati sempre alle stesse persone. I due, si legge testualmente nel Rapporto dei Ros, individuano “nell’ingegner Crucitti il responsabile di tale macchinazione che, secondo le affermazioni degli stessi, derivavano da un accordo intercorso tra quest’ultimo e il fratello del sindaco (Giuseppe Scopelliti, ndr), evidenziando una totale estraneità di quest’ultimo da ogni meccanismo”.

 

L’INCHIESTA META

 

Un cognome Crucitti (senza alcun nome di battesimo ma con la qualifica di ingegnere) si ritrova anche nelle richieste di applicazione di misure cautelari del pm Giuseppe Lombardo nell’ambito dell’inchiesta Meta.

Ebbene il 23 dicembre 2006, alle 11.51 Domenico Barbieri aveva ricevuto la visita di un ingegnere, tal Francesco Viglianisi. Ecco cosa emerge dalle intercettazioni ambientali: “Successivamente l’uomo non meglio identificato saluta gli interlocutori e Barbieri gli dice che il giorno seguente andrà a trovare Natale Musolino. Quindi continua a discutere con Franco Delfino di alcuni problemi relativi a dei rilievi planimetrici fatti da tale Gianni, nipote di Delfino.

Dopo entra nell’ufficio un uomo che Barbieri appella ragioniere. Questo, nel presentarsi a Delfino, dice di lavorare presso la Provincia all’Ufficio di Ragioneria da tre anni (poi specifica dal 2002) ed essere addetto ai mandati di pagamento delle gare d’appalto.

A questo punto Barbieri riferisce al ragioniere e a Delfino di una gara d’appalto avvenuta il giorno precedente al Comune di Reggio che il fratello Enzo era riuscito a vincere ma questa era stata sospesa e rinviata al mercoledì successivo poichè uno dei concorrenti ne aveva chiesto la revisione. Precisava che i lavori riguardavano una fiumara e che erano dell’importo di euro 500.000 sovvenzionati dalla Prefettura. Al tal proposito, sempre Barbieri affermava che la Commissione aggiudicatrice della gara era composta da cinque membri tra cui gli ingegneri Sgrò, Crucitti e Basile e precisava di aver parlano con uno di questi, indicato come un amico, che gli aveva assicurato l’aggiudicazione dei lavori al fratello.

In seguito Delfino saluta ed esce dall’ufficio e Barbieri scambia qualche parola a voce molto bassa e incomprensibile con il soggetto indicato quale ragioniere”.

Ora mi domando e vi domando ancora una volta: non ce n’è abbastanza perché il sassofonista ministro dell’Interno Roberto Maroni proceda alla possibilità di accesso agli atti del Comune di Reggio Calabria che oltretutto sta attraversando una fase devastante di vita amministrativa interna ed esterna e continua a essere oggetto di ingenti risorse finanziarie presenti e future?

8 – TO BE CONTINUED (si vedano i precedenti 7 post in archivio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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P.P.S A testiminianza ulteriore - qualora ce ne fosse mai bisogno - dell'onesta intellettuale e della "purezza" professionale di chi scrive, riporto una nota dei legali di Consolato Scopelliti che il 9 marzo è stata pubblicata sul "Quotidiano della Calabria". La nota l'ho scoperta solo oggi, 27 marzo, altrimenti l'avrei pubblicata anche prima. E' indirizzata ad altra testata ma mi sembra giusto riprodurla perchè è giusto che - chi viene chiamato in causa su vicende delicate - possa far sentire la sua voce anche fuori dai canali di informazione ai quali indirizza le proprie note (R.Gal.)

REGGIO CALABRIA – Scrivo nell’interesse e per conto del Signor Consolato Scopelliti (cfr. conosciuto come Tino), il quale si è rivolto a questo Studio legale per tutelare la propria dignità e reputazione a seguito delle dichiarazioni rese dal teste colonnello Valerio Giardina nel processo “Meta” per comunicare l’assoluta estraneità alle circostanze e alle deduzioni investigative, da questi riferite. In particolare sull’intercettazione telefonica, si precisa che in data 3 marzo 2009 il Signor Consolato Scopelliti, mentre svolgeva, per conto dell’Agenzia delle Entrate, attività di rappresentanza processuale davanti la Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Calabria, fu avvicinato da una Funzionaria (cfr. all’occorrenza e se è necessario verranno divulgare le generalità), che gli chiedeva se era possibile avere notizie riguardo ad alcuni lavori che erano in corso di esecuzione, in Contrada Aretina di questa Città, dall’ Amministrazione Comunale di reggio Calabria. Tale interesse nasceva perché la Funzionaria era proprietaria di un immobile in tale area. Infatti a seguito di fenomeni temporaleschi la zona era stata interessata da frane e smottamenti di terreno che bloccavano il transito stradale. Il Signor Consolato Scopelliti, quindi, contattò telefonicamente l’ingegnere Pasquale Crucitti (cfr. Dirigente dei lavori pubblici del Comune di Reggio Calabria), per conoscere lo stato delle procedure amministrative e, quindi, poter rispondere alla suddetta Funzionaria, che ogni volta che lo incontrava, chiedeva a che punto era l’attività dell’Amministrazione comunale su tale intervento. Un atto di cortesia ad una cittadina, che manifestava un disagio e che non aveva avuto alcuna risposta. E’ illegittimo, irrilevante, non conducente e, perciò, ingiustificato, il riferito collegamento del Sig. Consolato Scopelliti con le attività, perseguite dagli inquirenti nell’ambito dell’indagine e del processo denominato “Meta”, tanto da rappresentarlo quale appartenente ad una lobby affaristico-mafiosa che gestirebbe i lavori pubblici nella Città dello Stretto. Quindi, quanto riferito è privo dei requisiti di verità oggettiva, di pertinenza e di continenza.

 

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20 agosto 2010 - 10:17

ESCLUSIVO/7 Reggio Calabria sta esplodendo - La cosca Alvaro mette sul piatto e poi controlla il pacchetto di voti

Cari amici di blog torno a voi con le nuove mirabolanti avventure della cosca Alvaro nel Comune di Reggio Calabria che, come sapete, vi sto raccontando da alcuni giorni.

Se avrete infatti la bontà di leggervi i 6 precedenti post in archivio (9, 10, 11, 13, 17 e 18 agosto) capirete che ho cominciato un viaggio di rigoroso approfondimento sull’assenza delle chiavi “politiche” reggine nell’inchiesta “Il Crimine”, scivolata a metà luglio tra Milano e Reggio Calabria. Un’inchiesta che ha miracolosamente fatto salvo il livello della stanza dei bottoni che pure, nelle precedenti inchieste “Bellu lavuru” e “Meta” era stato tracciato.

E in quei lavori, portati avanti con maestria dal Pm della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo e avversati dalla mani “invisibili” che in Calabria pullulano, alcuni collegamenti e molti fatti sono raccontati.

E così, con voi, mi sto dilettando a raccontare i rapporti tra ‘ndrangheta e politica reggina così come li ricostruisce il pm Lombardo nelle sue richieste di applicazioni di misure cautelari nell’ambito dell’inchiesta Meta che ha fotografato la mappa del crimine a Reggio Calabria.

La situazione, come era facilmente prevedibile, intanto a Reggio Calabria, se mai fosse possibile, si sta ancor di più imbastardendo. Neppure la politica-spettacolo – con la nomina all’assessorato alla Cultura dell’ex presidente della Camera Irene Pivetti – sta distraendo chi veramente comanda in città. Proprio ieri il sindaco facente funzioni, Peppe Raffa, è stato raggiunto da un clichè abituale: proiettili e lettera di minaccia. Cose già viste, cosi come visto e trito è il clichè delle finte lettere di solidarietà di ogni colore politico. Con l’uscita di scena di Balù Scopelliti l’equilibrio è rotto e ora i lupi famelici che devono affermare la legge del branco sono lì che premono per far capire chi comanda davvero. I soldi da spartire sono a vagonate grazie alle prebende del decreto per Reggio e il Ponte sullo Stretto è sempre lì che attende.

Lo ripeto: Reggio e la Calabria sono irrecuperabili e fossi il ministro dell’Interno, il sassofonista Roberto Maroni, manderei ora, ma proprio ora, una bella ispezione al Comune di Reggio Calabria, per capire, tra gli atti, quali sono i patti che devono essere rispettati e chi li ha stretti. E magari capire quali dovevano essere raggiunti e ora sono a rischio. Ma il sasso-ministro non lo farà mai. Mai.

 

RICOMINCIAMO DA DOVE CI ERAVAMO LASCIATI

 

Ormai sarete abituati ad una figura familiare: quella di Cosimo Alvaro, “miracolosamente” sfuggito alla cattura nell’inchiesta Meta, appartenente all’omonima cosca che da Sinopoli è andata alla conquista del capoluogo.

Un’altra figura alla quale sarete abituati è quella di Michele Marcianò, consigliere comunale e vicecapogruppo del Pdl in Comune a Reggio.

E la strada di Marcianò – che non è indagato - si incrocia spesso con la cosca Alvaro (si vedano anche gli ultimi due post in archivio). “Marcianò come già evidenziato nell’ambito dei contatti politici mantenuti dai fratelli Barbieri – scrive il pm Lombardo - si è relazionato anche con questi ultimi, in occasione delle elezioni amministrative avvenute a Reggio Calabria nell’anno 2007. Un intreccio molto particolare, in considerazione che i fratelli Barbieri,  oltre ad avere  favorito la latitanza di uno dei fratelli di Cosimo Alvaro,  hanno mantenuto con quest’ultimo costanti rapporti relazionali”.

Già il 29 ottobre 2006, i Carabinieri avevano registrato una conversazione in casa di Alvaro, sui futuri assetti politici della città di Reggio Calabria, laddove quest’ultimo  riferiva ai propri interlocutori, Rocco Palermo (sindaco di San Procopio, per il quale nell’inchiesta Meta è stato spiccato mandato di arresto ma si è dato alla macchia) e Vincenzo Giuseppe Panuccio, di essere indeciso  se appoggiare uno o due candidati, in vista delle consultazioni elettorali del maggio successivo (2007), anche se era necessario “mettere qualcuno al Comune”.

 

IL PACCHETTO DI VOTI

 

Alvaro riferiva agli interlocutori che  tal Carmine gli aveva chiesto un appoggio, per le successive consultazioni elettorali del maggio 2007, a favore di Giuseppe Mangano, candidatosi nelle elezioni amministrative del maggio 2007,  nella coalizione capeggiata dal candidato sindaco Eduardo Lamberti Castronuovo. Mangano non è stato eletto e non è indagato.

Il tal Carmine altro non era, secondo l’identificazione della Procura, che Carmine Alvaro, eletto consigliere provinciale di Reggio Calabria il 26 maggio 2006 con 2.206 voti. Cosimo Alvaro, nonostante fosse già impegnato in un appoggio elettorale a favore di un altro candidato, avrebbe comunque promesso a Carmine Alvaro 20/30 voti a Mangano.

Interessante è scoprire che attualmente (almeno da come risulta dal sito della Provincia di Reggio Calabria) Carmine Alvaro è presidente della terza commissione consiliare che si occupa di siti industriali, aree depresse, infrastrutture portuali e aeroportuali, decentramento, circondari, tutela dei consumatori, legalità, lotta al racket e all'usura, trasparenza degli atti amministrativi, servizi pubblici, esternalizzazione e partecipazione in ogni tipo di organismo pubblico (!). Alle ultime regionali Alvaro si è presentato con il Psi-Sinistra per Vendola ma non è stato eletto.

E qui scatta la straordinaria considerazione del pm che riporto testualmente: “da tale  discorso emergeva chiaramente che Alvaro aveva a disposizione un notevole pacchetto di voti, da distribuire tra i due  schieramenti politici”.

Anche Giuseppe Panuccio, che frequentava, come riporta la Procura, la casa di Cosimo Alvaro, si era candidato nel 2007 alle elezioni comunali di Reggio  Calabria come consigliere, nello schieramento “Dc per l’autonomia”, inserita nella coalizione politica  avente come  candidato sindaco Giuseppe Scopelliti.

Nel  corso degli incontri,  Cosimo Alvaro e Giuseppe Panuccio programmavano la strategia   politica  per reperire voti, anche grazie alla presenza attiva di altri soggetti. E le chiacchierate strategiche non sempre andavano per il verso giusto. Ad esempio il 27 gennaio 2007,  Cosimo Alvaro si sfogò con Giuseppe Panuccio. Motivo dello sfogo? Il giorno prima aveva avuto un diverbio con Carmelo Barbieri, che  era intenzionato ad appoggiare,  per le future elezioni comunali di Reggio Calabria, il candidato “Marturano”, che i Carabinieri identificheranno in Giuseppe Martorano,  effettivamente eletto nella lista composta da NPsi, Udeur e Pri Insieme per la Calabria.  “Il litigio – scrive il Pm Lombardo - scaturiva  dal fatto  che   Cosimo Alvaro,  sicuramente,  aveva richiesto  alcuni voti  a Barbieri a favore di Panuccio,  ma lo stesso aveva rappresentato di volere appoggiare Martorano,  poiché impiegato  presso il  Consorzio di Bonifica, il cui presidente, Santo Alfonso Martorano,  era  fratello  del  candidato”. I Martorano, specifichiamo, non sono indagati.

Il 25 febbraio 2007 Cosimo Alvaro, parlando con Salvatore Mazzitelli (arrestato nell’inchiesta Meta e poi rilasciato dopo la decisione del Tribubale della Libertà del 24 luglio), Giuseppe Panuccio e altre persone non identificate, chiedeva  se fosse stato possibile  ottenere  almeno un assessore.   Nel  discorso  venivano fatti  diversi   nomi di probabili  candidati  e  Alvaro spiegava  che  se avesse  richiesto i voti  ad “Enzo”, sicuramente Panuccio  sarebbe stato eletto.

Il 20  marzo 2007 Cosimo Alvaro e Giuseppe Panuccio, in prossimità delle elezioni, fanno sul serio per acquisire voti. In particolare, durante una conversazione intercettata, Cosimo Alvaro dice di aver incontrato un soggetto, al quale aveva chiesto il voto a favore di Panuccio, ma quest’ultimo aveva riferito che, per ideologia politica, non aveva mai votato un partito di destra, nonostante che Alvaro gli avesse riferito testualmente: “se tu vai a destra per noi è più convenevole, per quanto riguarda me e tutti gli amici miei!", la verità! più convenevole perché giustamente non posso...inc..., una persona  che è....vota a sinistra.”

“L’affermazione è oltremodo significativa – annota il pm Lombardo - poichè  evidenziava  un  diretto interessamento di Alvaro nei confronti di Panucci,  poiché l’eventuale elezione a consigliere comunale di quest’ultimo, avrebbe costituito un valido appoggio all’interno del consiglio comunale, sia per lo stesso Alvaro che per l’intera organizzazione criminale d’appartenenza “tutti gli amici miei””.

 

COME TI CONTROLLO ILVOTO

 

Nel corso del tempo Alvaro fornirà un elenco di persone  che  aveva  contattato,  affinchè votassero Panuccio,  aggiungendo   che,  in prossimità delle  votazioni, avrebbero intensificato  ulteriormente le richieste di voto. Molto “british” il dialogo con tal Peppe che riporto testualmente:

Alvaro: uno per uno, perché uno! nella famiglia e tutti gli amici miei me lo danno, uno! ...capace che ne conosci cento e quando ne conosci mille...uno per uno, hai capito?.....ne conosco cento e capace fino a mille...stop!  se no ...inc...

Peppe: no!!! ancora è presto ...inc...

Alvaro: eh!! ci facciamo il giro che siamo...inc...e ti ripeto! glielo spacchiamo il culo, nome , cognome e pure la fotocopia facciamo

Il 28 marzo 2007,  all’interno della casa di riposo “Villa Speranza”, Cosimo Alvaro riferiva  a Panuccio che subito dopo le festività pasquali avrebbe saputo i nomi di tutti coloro che  avrebbero  votato per Panuccio. Quindi, con  la  pubblicazione delle  liste dei votanti, sarebbe stata in grado di sapere anche il seggio dove le persone  coinvolte avrebbero votato. Insomma: un controllo finalizzato a verificare   se  i voti promessi dalle persone  contattate, corrispondessero a  quelli realmente espressi.

Panuccio (che non è indagato), in quelle elezioni comunali di Reggio Calabria, ottenne 593 preferenze, risultando il secondo della   propria lista. Pertanto non venne eletto a dimostrazione che non sempre le ciambelle riescono col buco.

7 – TO BE CONTINUED

r.galullo@ilsole24ore.com

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18 agosto 2010 - 10:16

ESCLUSIVO/6 Reggio Calabria: residenza in un mese per Forza Italia. Il consigliere e il latitante sordomuto

Adorati amici di blog continuiamo ad addentrarci nei rapporti tra ‘ndrangheta e politica reggina, così come li ricostruisce in maniera impeccabile il pm della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo neelle sue richieste di applicazioni di misure cautelari nel’ambito di quella che è l’inchiesta Meta che ha fotografato la mappa del crimine a Reggio Calabria.

Se avrete la bontà di leggervi i 5 precedenti post in archivio (9, 10, 11, 13, 17 agosto) capirete che ho cominciato un viaggio di rigoroso approfondimento sull’assenza delle chiavi “politiche” reggine nell’inchiesta “Il Crimine”, scivolata a metà luglio tra Milano e Reggio Calabria. Un’inchiesta che ha miracolosamente fatto salvo il livello della stanza dei bottoni che pure, nelle precedenti inchieste “Bellu lavuru” e “Meta” era stato tracciato.

Un personaggio chiave nella tessitura dei rapporti con la politica – a partire da Reggio Calabria, dopo aver praticamente conquistato la politica dei comuni dell’hinterland – è senza dubbio Cosimo Alvaro, miracolosamente sfuggito alla cattura nell’inchiesta Meta, appartenente all’omonima cosca che da Sinopoli è andata alla conquista del capoluogo grazie anche alla pax raggiunta negli anni con l’onnipotente famiglia De Stefano e, via via, con le famiglie  Condello, Imerti, Irta e compagnia criminale.

IL CAMBIO DI RESIDENZA: E CHE PROBLEMA C’E’?

Tornando alla chiacchierata di casa Alvaro del 10 novembre 2006 colta dalle intercettazioni ambientali dei Carabinieri, il consigliere comunale Michele Marcianò, attualmente vicecapogruppo del Pdl al Comune di Reggio Calabria e che nell’inchiesta Meta non è indagato, pur di raggiungere un numero considerevole di tesserati, ad un certo punto ribadisce che avrebbe provveduto direttamente al pagamento della tessera ed invitava gli interlocutori a tesserare il maggior numero di persone, anche quelle non residenti a Reggio Calabria. Relativamente a quest’ultimo punto, aggiungeva che il cambio della residenza lo avrebbe risolto lui personalmente nel giro di un mese:

La chiacchierata sul punto, captata da quegli impiccioni dei Carabinieri, tra Marcianò, il super ricercato Cosimo Alvaro e altri astanti, è fantastica e ve la riporto integralmente.

Marcianò: allora ragazzi, facciamo, facciamo in questo modo... tu, noi ci vediamo lunedì mattina, io ti do, così ti do un po di tessere... di quelli che eh!... ci sono ragazzi che non possono pagare la tessera,  datemela a me che gliela faccio io tranquillamente... vedete di trovarli di 18 anni eh!!...

Alvaro: ragazzi giovani...

Marcianò: ragazzi giovani no!!...

Alvaro: una sicurezza, per il fatto pulito...

Marcianò: certo, non dobbiamo fare sempre...

Alvaro: bravo...

Marcianò: figlioli!! una ventina di ragazzi li dobbiamo trovare...

Alvaro:  va bene...

Marcianò: ...che siano seri, puliti...

Rocco: ma di Reggio?... da dove li vuoi queste persone...

Marcianò: o che masticano...

Alvaro: certo...

Marcianò: di Reggio, basta che sono residenti a Reggio...  che hanno ah... la cosa... poi se c'è qualcuno di fuori, più interessi...incomp... è sempre un vostro amico...

Alvaro: certo...

Rocco: quale è il problema!!...

Alvaro: certo, certo...

Marcianò: cioè non è questo il problema...

Rocco: ma ci sono residenti che residenti qua...

Marcianò:  lo so, si ma... gliela fate spostare la residenza,  perchè un domani poi...

Rocco: ...(ride)...

Alvaro: ...(ride)...

Marcianò: per me... da me non c'è lo spazio compare e mangia... ...incomp... per arrivare alle elezioni... per spostare una residenza ci vogliono tre mesi...

Rocco: sei mesi...

Marcianò: sei mesi?... va bene, io te la faccio spostare in un mese...

Alvaro: questo è sicuro...(ride)...

Altro che code alle angrafi, altro che burocrazia: qual è il problema per un cambio di residenza che deve riempire le file dei tesserati di Forza Italia che, ovviamente, serviranno poi per decidere gli equilibri di potere all’interno del partito a Reggio Calabria e provincia?

CI FERMANO I CARABINIERI? SEI SORDOMUTO…

Nel dialogo captato Marcianò parla anche della propria vicenda giudiziaria, allorchè incappò nell’operazione denominata “Prima” e fu indagato con l’organizzazione criminale degli Alvaro e dei conseguenti problemi che aveva avuto, riuscendo, comunque al termine di tutto, ad ottenere anche il  porto d’arma per la pistola.

Ma c’è un particolare geniale nel dialogo tra i due: se Marcianò fosse stato controllato con Cosimo Alvaro, quest’ultimo doveva fingere di essere sordomuto e non presentare i documenti. Non ci credete? Leggete qui la chiacchierata integrale!

Marcianò: ...(ridono accavallamento di voci incomp.)... hai capito che ti voglio dire?... ti dico, la prossima volta che ti do un passaggio io, tu documenti non ne hai!!...

Alvaro: stai sicuro...

Marcianò: ...(ride)... non ne ho!... ...(tratto incomp. accavallamento di voci)...

Rocco: ma tu con il ministro estero non potresti collegarti...incomp...

Marcianò: no, lui oggi domani, gli fa, no lui non parla è sordo muto... ...(scherzano e ridono)... gli dico: prendete i documenti miei...

Alvaro: e se ti porto io, chi ti ferma!! non ci conosce...

Marcianò: tutti ci conoscono oggi...

Alvaro: ci pedinano!!...

Marcianò: fanno a tipo che lo conoscono... no, me lo sono portato in palestra.. qua ho una palestra a Catona... quello che volete, venite ...incomp... a disposizione, non pagate ..(ridono)... siete ospiti miei... ho una piccola palestra di quattrocento metri quadrati...

Per ora adorati amici di blog ci fermiamo qui ma non perdetevi il post che metterò nelle prossime ore: scoprirete altri aspetti interessanti e vitali degli intrecci tra politica e cosche. E forse vi chiederete anche voi quel che mi sto chiedendo da alcuni giorni: ma non sarebbe il caso che il ministero dell’Interno e la prefettura di Reggio Calabria prendessero in ipotesi l’idea di effettuare una ispezione prefettizia all’interno del Comune?  Un’ultima cosa: in un commento al post precedente l’onorevole Angela Napoli mi scrive che il Governatore Balu’ Scopelliti prende ordini da Berlusconi e Gasparri. Insomma non è più un finiano. Un amore finito.

6 – TO BE CONTINUED

r.galullo@ilsole24ore.com

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17 agosto 2010 - 10:33

ESCLUSIVO/5 Il latitante Alvaro mette all’angolo il Comune di Reggio Calabria – Consiglieri… uffici di collocamento

Adorati amici di blog passato un buon ferragosto? Io l’ho trascorso a lavorare leggendo ciò che il pm della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo scrive a partire da pagina 806 delle sue richieste di applicazioni di misure cautelari nel’ambito di quella che è l’inchiesta Meta che ha fotografato la mappa del crimine a Reggio Calabria.

Se avrete la bontà di leggervi i 4 precedenti post in archivio (9, 10, 11 e 13 agosto) vedrete che ho cominciato un viaggio di rigoroso approfondimento sull’assenza delle chiavi “politiche” reggine nell’inchiesta “Il Crimine”, scivolata a metà luglio tra Milano e Reggio Calabria. Un’inchiesta che ha miracolosamente fatto salvo il livello della stanza dei bottoni che pire, nelle precedenti inchieste “Bellu lavuru” e “Meta” era stato tracciato.

Un personaggio chiave nella tessitura dei rapporti con la politica – a partire da Reggio Calabria, dopo aver praticamente conquistato la politica dei comuni dell’hinterland – è senza dubbio Cosimo Alvaro, miracolosamente sfuggito alla cattura nell’inchiesta Meta, appartenente all’omonima cosca che da Sinopoli è andata alla conquista del capoluogo grazie anche alla pax raggiunta negli anni con l’onnipotente famiglia De Stefano e, via via, con le famiglie  Condello, Imerti, Irta e compagnia criminale.

 

I RAPPORTI TRA ALVARO COSIMO ED ESPONENTI POLITICI

DI REGGIO CALABRIA.

 

Esattamente come riporto nel titolo del paragrafo si intitola un capitolo steso dal pm Lombardo nella sua richiesta di applicazione delle misure cautelari che ha poi trovato quasi interamente (ripeto: quasi e non debbo aggiungere altro) nell’ordinanza di custodia cautelare sottoposta poi al Gip. Il testo (dico per l’ennesima volta affidato alle parti, avvocati compresi e bellamente ignorato dai giornalisti, eccezion fatta per il Fatto Quotidiano del 24 giugno, solitamente avidi tranne che nel cercare notizie) contiene un’analisi impietosa che riporto.

La premessa è che Cosimo Alvaro ha rappresentato per alcuni politici locali un punto di riferimento, per l’acquisizione di voti e, comunque, per accreditarsi, all’interno della coalizione politica di appartenenza, con un numero notevole di tesserati, in cambio di prestazioni professionali  erogate  dal Comune. 

Le cose incredibili sono due: la prima è che la Procura (in un caso almeno) parla di rapporti mai interrotti (quindi, se l’italiano non è un opinione neppure alla data del luglio 2010) e la seconda è che il disgustoso valzer di assegnazioni di prestazioni professionali in cambio di voti sembrerebbe coinvolgere pressoché tutti i consiglieri a Reggio Calabria, di qualunque colore politico, a testimonianza del fatto che in Calabria le ideologie sono un optional. Il condizionale è d’obbligo alla luce del fatto che questo filone d’indagine sarà approfondito (sempre che chi può non lo impedisca) nei prossimi mesi dalla magistratura e potrebbe rivelare non poche sorprese e alla luce del fatto che nessuno dei consiglieri e delle persone che citerò d’ora in avanti risulta indagato nell’inchiesta Meta.

 

IL FILO DIRETTO CON IL CONSIGLIERE MICHELE MARCIANO’

 

Il 10 novembre 2006 in casa di Cosimo Alvaro c’è anche il consigliere comunale di Reggio Calabria, Michele Marcianò, nato a Reggio Calabria il 28 novembre 1972 e lì residente, che il 30 marzo 1998, nell’ambito dell’operazione denominata “Prima”, fu raggiunto da informazione di garanzia (senza alcun successivo seguito giudiziario e processuale) in relazione al delitto di associazione di tipo mafioso, per avere ottenuto sostegno durante le elezioni amministrative del ‘97, da parte dell’organizzazione mafiosa facente capo alla famiglia Alvaro di Sinopoli. “Un rapporto - scrive Lombardo - alla luce  della presente attività investigativa, mai interrotto”. Da specificare che Marcianò non è un esponente qualunque del Pdl in Calabria: è attualmente il vicecapogruppo in consiglio comunale di Reggio e politico in grande ascesa.

Le Forze dell’ordine con un’intercettazione ambientale registrano tutto.

Alle 18.15, alla presenza di un altro uomo che non viene identificato, Marcianò spiegava agli interlocutori, tra cui Cosimo Alvaro, di volere realizzare alcuni progetti, per la formazione di nuovi gruppi politici nei quali inserire giovani universitari. Questi ultimi avrebbero goduto dell’appoggio politico del Marcianò, il quale avrebbe garantito, attraverso le sue amicizie politiche a livello nazionale, anche nomine dirigenziali all’interno degli stessi partiti politici.

Un’ora dopo intervenivano nella discussione anche altri soggetti presenti all’interno della casa di Cosimo Alvaro, nella quale la presenza di Marcianò, si legge nella richiesta di Lombardo “era finalizzata a convincere alcuni giovani a tesserarsi con il partito di Forza Italia, pertanto il politico forniva una serie di spiegazioni alle persone presenti, circa il proprio ruolo all’interno di tale coalizione, in particolare nell’ambito del Comune di Reggio Calabria, non omettendo di evidenziare la sua stretta amicizia con Alvaro Cosimo, che avrebbe potuto garantire, in ordine alla affidabilità delle affermazioni fatte fino a quel momento”.

Il rapporto che lega i due è tale che Marcianò afferma testualmente: “…prima viene il rispetto e poi viene la politica con me... ..perchè qua... se io gli devo dare una legnata a Cosimo per la politica!!... io, me la do io la legnata!!...”

 

CIRCOLI DELLA LIBERTA? CI PENSA IL COMUNE!

Nel dialogo si tratta poi l’aspetto logistico della sede di un “Circolo della libertà” e Marciano afferma che avrebbero potuto usufruire dei servizi del Comune. Ignaro di essere ascoltato Marcianò dirà infatti: “..io ora ti faccio l'esempio: al comune, eh... quando venite al comune, quando volete venire al comune salite sopra a Palazzo San Giorgio... avete un computer, avete due segretarie, avete, li mandate dove volete, fate quello che... io dove... autorizzo io per quanto riguarda voi si devono mettersi a disposizione ah!!... e incominciamo il lavoro... ragazzi dobbiamo iniziare il lavoro, io più di quello che vi posso dire... allora che dobbiamo fare?...”

E con tranquillità Marcianò lascerà ad alcuni interlocutori alcune tessere per l’iscrizione ed aggiungerà di darle anche ad altri ragazzi. E se non avessero avuto i soldi per pagarle? No problem: avrebbe provveduto lui direttamente.

 

IL LAVORO? NON C’è PROBLEMA…BASTA TESSERARSI!

 

Marcianò aggiungerà che avrebbe pensato anche all’occupazione di eventuali ragazzi tesserati. I microfoni direzionali registrano le sue parole: “…se poi dobbiamo sistemare un ragazzo...per un anno due anni lo sistemiamo, non c'è...” E rivolgendosi ad Alvaro: “…ti voglio dire... poi gli spazi sono un pensiero mio, non è che...senti una cosa, vi posso dire una cosa... è pensiero mio questo...poi io parlo con lui e gli dico: c'è quello che determinate cose...…omissis…”.

“Un’affermazione molto compromettente: posti di lavoro in cambio del tesseramento”, riporta verosimilmente basito Lombardo a pagina 808, anche perché quello che accade dopo è fantastico!

Uno degli interlocutori, che chiamerò Luigi Bianchi ma di cui c’è tanto di nome e cognome nel documento, nato a Palmi, residente a Sinopoli e domiciliato a Reggio Calabria, iscritto alla facoltà di Architettura di Reggio Calabria,  chiede  a Marcianò se fosse stato possibile far ottenere un incarico,  presso il  comune  di Reggio Calabria,  al cugino architetto, il cui nome di fantasia fisserò in Paolo Rossi.

“Il politico, immediatamente, si rendeva  disponibile”,  e qui si intuisce che c’è un maresciallo o un appuntato che scrive con un linguaggio burocratico da consegnare poi al Pm Lombardo, “tant’è che  fissava  un appuntamento  con lo stesso, per il lunedì  successivo,  presso la sede del Cedir,  ove  è ubicato l’ufficio tecnico  del comune, al fine di poter  verificare  la possibilità di   fare ottenere  una nomina  al cugino del proprio interlocutore,  aggiungendo   che,  in relazione a tale nomina, erano i consiglieri comunali che sistemavano i tecnici”.  Ad un certo punto Marciano dice infatti, “…vuol dire che ha risposto questo qua, perchè sono tutti i consiglieri comunali che se li sistemano...”

Insomma: così fan tutti. Trovare un’occupazione ai tesserati, ai questuanti, ai clientes, è problema dei consiglieri! Fantastico. Semplicemente fantastico! Altro che merito e studio!

 

A QUANDO LA COMMISSIONE DI ACCESSO AGLI ATTI

NEL COMUNE DI REGGIO CALABRIA

 

Ora la mia domanda al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che tra una suonata e l’altra di sax mena vanto per i successi contro le mafie è: non sarebbe il caso di prefigurare una commissione di accesso agli atti del Comune di Reggio Calabria? Credo, infatti, che ne scoprirebbero delle belle i commissari. Ma so già che non avverrà mai, basta ricordarsi di quel che successe nel Comune di Fondi. A meno che…a meno che l’accesso non rientri in una chiara strategia di guerra tra berluscones e finiani, visto che l’ex sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe “Balù” Scopelliti, attualmente Governatore della Regione Calabria, è un finiano osservante e praticante.

La magistratura accerta infatti che il 5 dicembre 2006, il Dipartimento di programmazione e progettazione dei lavori pubblici del Comune di Reggio Calabria, con il decreto dirigenziale 4408,  affidava all’architetto Paolo Rossi (ripeto: nome di fantasia), unitamente all’architetto Giuseppe Verdi (altro nome di fantasia) il  conferimento  d’incarico relativo alla progettazione, preliminare, definitiva, esecutiva e di coordinamento della sicurezza dell’opera riguardante la “Riqualificazione viaria in pietrame in Cataforio” per un importo complessivo di 200mila euro, inserita al nr. 06A291 del Programma triennale delle opere pubbliche per il triennio 2006/2008, approvato con delibera del consiglio comunale di Reggio Calabria al nr. 73 del 21 dicembre 2005.

La promessa di Marcianò era  stata  mantenuta: l’architetto aveva  ottenuto l’incarico  da  parte del Comune di Reggio Calabria.

Tra poche ore un nuovo post da non perdere.

5 – TO BE CONTINUED

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13 agosto 2010 - 14:25

Esclusivo/4 Talpe a Palazzo: a Reggio Calabria c’è chi conosce le inchieste dei Pm e chi trucca le gare

Eccomi di nuovo a voi amati lettori del blog. Evidentemente, non avete niente altro di meglio da fare che leggere ciò che scrivo visto che continuate a gradire l’argomento che sto trattando da diversi giorni (si vedano in archivio i post del 9,10 e 12 luglio letti finora da oltre 5mila persone).

In sintesi: possono le inchieste della magistratura calabrese lasciare fuori la marcia politica calabrese? Può, dunque, l’inchiesta “Il Crimine”, scivolata a luglio sull’asse Milano-Reggio, colpire a Milano e beccare qualche pesciolino in Calabria?

No che non può e lo abbiamo visto partendo da lontano. Prima tappa: l’omicidio di Francesco Fortugno che il 16 ottobre 2005 cambia la strategia delle cosche che, emulando la massoneria coperta che frequentano un giorno sì e l’altro pure, affiancano la ‘ndrangheta visibile a quella “invisibile”. Altro che vecchietti da ospizio. Seconda e terza tappa: le inchieste “Bellu lavuru” e “Meta” (soprattutto nella parte delle richieste di applicazioni di misure cautelari oltre che nell’ordinanza) dicono chiaro e tondo che la politica marcia di Reggio e provincia è dentro fino al collo nelle strategie affaristico-massonico-ndranghetiste. Quarta tappa: ohibo! Nell’inchiesta “Il Crimine” tutte queste premesse sono dimenticate et voilà, la politica calabrese vergine come una pulzella è!

E così sto ricostruendo tutti gli aspetti che sono sfuggiti finora ma che, credetemi, dall’autunno torneranno ad affiorare, logge coperte e resistenze (di chi può opporsi con l’autorità) permettendo!

Al centro della campagna di conquista della cupola c’è ovviamente il Comune di Reggio Calabria, manna dal cielo per chi vuole fare affari. Reggio e la sua provincia sono la quintessenza della ‘ndrangheta e allora….

E allora campagne elettorali e amministratori da sostenere diventano lo sport preferito delle cosche e, nella pax mafiosa tra le famiglie De Stefano, Imerti, Irta e Condello, sguazza come un poppante tra le tette di una mamma Cosimo Alvaro, dell’omonima cosca, latitante dopo il mandato di cattura spiccato nei suoi confronti nell’inchiesta Meta.

Fuggire alla cattura a Reggio non deve essere poi così difficile. Basta avere le dritte giuste.

Non ci credete? La fuga notizia che leggerete nel passo che sotto riporterò è giusta e si riferisce ad un’inchiesta di cui nessuno avrebbe dovuto sapere nulla, perché gelosamente blindata dai pm. E qual è l’inchiesta? Tutti gli indizi porterebbero all’inchiesta “Il Crimine”che, guarda tu le coincidenze della vita che potrete voi stessi riscontrare, porterà all’emissione proprio di 300 ordini di cattura in mezza Italia, vaticinata nella chiacchierata intercettata. Gli infiltrati sembrerebbero funzionare bene. Peccato che non siamo quelli delle Forze dell’Ordine ma quelli al servizio delle cosche!

Ma la cosa incredibile è che la telefonata intercettata è del 28 gennaio 2007, vale a dire tre anni prima degli arresti dell’inchiesta “Il Crimine”. Coincidenze? Doti di preveggenza? O semplicemente contromosse da parte dei pm che hanno ritardato i tempi dell’inchiesta stessa?

 

LE FUGHE DI NOTIZIA SONO LA PRASSI A REGGIO

 

Nelle richieste di applicazione delle misure cautelari nei confronti degli indagati nell’inchiesta “Meta”, si legge infatti che nel corso di una conversazione tra Vitaliano Grillo Brancati (noto avvocato civilista arrestato nell’ambito della stessa inchiesta Meta) e Domenico Barbieri (imprenditore edile, arrestato nella stessa inchiesta), il primo sosteneva che il sequestro dei beni risultava essere l’azione di contrasto più significativa che lo Stato potesse condurre contro le cosche mafiose. Proprio per questo, Barbieri ribadisce che gli “amici loro”, soprattutto quelli che risiedono nei piccoli comuni, avrebbero dovuto cambiare mentalità delinquenziale, evitando gli “attentati dinamitardi”, azioni delittuose che rischiano di innescare conseguenti ripercussioni investigative da parte delle Forze dell’Ordine e della magistratura.

Barbieri sottolinea anche che, entro breve tempo, sarebbero state eseguite circa 300 ordinanze di custodia cautelare per questioni relative al Comune di Reggio Calabria e della Provincia.

Barbieri: questo è il Comune!

Grillo: ma sai...purtroppo sai quando è che la...inc...sul sequestro dei beni...il sequestro dei beni è quello che ti distrugge

Barbieri: si!

Grillo: quando si tratta di soldi…

Barbieri: sparirà tutto in poco tempo...se gli amici nostri,...inc..., se gli amici nostri, se non se lo mettono nella testa, che non devono succedere specialmente nei piccoli paesi, attentati, queste cose qua, scomparirà, perchè arrivano una mattina, già si parla di trecento ordini di cattura

Grillo: d'altra parte

Barbieri: si parla del Comune di Reggio, della Provincia

Grillo: d'altra parte quello là di ...quando ci siamo fermati là, a quello là ...gli daranno cinque anni di sicuro

Barbieri: a chi?

Grillo:a quelli che hanno arrestato a Melia, a coso...l'operazione che hanno fatto dopo capodanno

Barbieri: va be! ma.....là sono intercettazioni, là c'è...

Grillo: e va be! sono intercettazioni, ma intanto li hanno messi dentro

Barbieri: minchia! speriamo...

 

COME E’ FACILE TRUCCARE LE GARE

 

Il 22 febbraio 2007 veniva catturata un’altra conversazione tra Barbieri e Grillo Brancati, nel corso della quale si faceva riferimento all’attività lavorativa di Barbieri, nonché alle diverse problematiche connesse all’aggiudicazione delle gare di appalto. In tale frangente, Barbieri riferiva di non aver voluto mai partecipare alle gare di appalto indette dal comune di Bagnara (Rc), poiché era difficile entrare nel circuito truccato di assegnazione, organizzato negli uffici comunali di quel centro. Infatti, i diversi appaltatori, in accordo con alcuni funzionari di quel Comune, non meglio specificati, con l’avallo del sindaco, aprivano le buste di offerte e, successivamente, le richiudevano, con sigilli contraffatti.

Ecco il testo della telefonata.

Barbieri: avevo partecipato a questo, poi mi hanno chiamato qua a Reggio ...mi interessava del posto...ho detto io qua...hanno aperto le buste di notte...ho detto che qua qualche volta mi arrestano...questi cosi lordi...allora ho deciso di...non accettare...quando ho preso Favazzina, c'era questo pure no, questo "torretta?"..perché sono opere dell'ex genio civile no, le opere....però qua a Bagnara sai che hanno fatto...hanno aperto le buste di notte...

Grillo: e però i sigilli che hanno fatto, li hanno rotti?

Barbieri: ah...li hanno rotti, avevano tutte le...

Grillo: timbri uguali...

Barbieri: tutto

Grillo: se li rifanno..

Barbieri: tutto, tutto, tutto

Grillo: che fanno, li rifanno con il gesso e poi li ricopiano e li rimettono...e poi per...il segretario e' gli permette...

Barbieri: ah...ma pure il sindaco

Grillo: certo..va bene tutti d'accordo...

Vi chiederete: e perché la magistratura non è intervenuta e non abbiamo letto di arresti tra gli amministratori di Bagnara? Semplice: “In mancanza di concreti riferimenti temporali – scrive il pm - non è stato possibile individuare il periodo in cui si sono svolti tali illeciti”.

 

IL CHIODO FISSO: GLI APPALTI DEI COMUNI

 

Il 7 marzo 2007 veniva registrata una conversazione, all’interno della Fiat Panda di Carmelo Barbieri (che non è indagato nell’inchiesta), tra quest’ultimo e Cosimo Alvaro (latitante come abbiamo visto), relativo a un incontro che Barbieri, il giorno precedente, aveva avuto con un tal “Pasquale”, che dal discorso emergeva chiaramente essere un ricercato. Un latitante insomma. Le affermazioni sono inequivocabili.

Alvaro: Mi ha detto che …incomp… che voleva a me?

Barbieri: Ieri mi voleva portare in un posto, qua, la, eh! Se lo vedono, lo vedono, …incomp… Me lo ha detto ieri sera!... Gli ho chiesto io, …qualcosa?

Alvaro: Cosa ti ha detto?

Barbieri: No, se lo incontrate, se vi vuole dire qualcosa …incomp…

Alvaro: quando sono bruciati vengono da me…

Barbieri: ieri da Pasquale sono …incomp…

Alvaro: sei andato?...

Barbieri: sono passato

Alvaro: che diceva Pasquale?...

Barbieri: era buono (stava bene ndr)…

Alvaro: …(ride)… …incomp… era buono?... dove era qua a Reggio?...

Barbieri: lo sapevano…

Alvaro: ah?...

Barbieri: lo sapevano…

Alvaro: …incomp… ma lui si guardava ora?... mangia?...

Barbieri: …incomp… amici la …incomp… che cazzo sappiamo noi!!... le cose come vanno… nel mondo…

Alvaro: ah si!! ah si!!...

Barbieri: quello che riusciamo a vedere…

Alvaro: quello che riusciamo a vedere certo!!... perché il nascosto è brutto!!...

Barbieri: ah?...

Alvaro: il nascosto è il brutto!!...

Barbieri: eh!!...

Alvaro: gente… …incomp…

Barbieri: di coso, di Leone… guarda che bella la Bravo!!...il dottore Leone… …incomp… quelli che avevano la Golf…

E chi era ‘sto Pasquale? “Il contesto criminale di riferimento – scrive il pm - ha fatto ritenere che il soggetto a nome Pasquale, potesse identificarsi in Pasquale Condello all’epoca latitante”. Il Supremo, insomma, se ne stava tranquillo…a casa sua! E del resto proprio a Reggio sarà catturato dai Carabinieri il 18 febbraio 2008. Del resto era latitante solo…dal 1990.

I fratelli Barbieri – di cui abbiamo finora riportato le telefonate e che sono stati arrestati nell’ambito dell’inchiesta Meta - costituivano, senza dubbio, una sorta di concreto riferimento anche economico per Cosimo Alvaro.

Il 16 giugno 2007, sull’utenza cellulare 339-3008xxx, in uso a Vincenzo Barbieri (non è indagato nell’inchiesta), veniva registrata una conversazione intercorsa tra lo stesso e Cosimo Alvaro, nella quale quest’ultimo domandava a Barbieri Vincenzo se la loro ditta avesse i requisiti per potersi consorziare in ATI (Associazione temporanea d’impresa) con un’ altra ditta e partecipare, accaparrandosela, a una gara d’appalto pubblico di lavori di termoidraulica. Ancora una volta, si avvalorava quanto sostenuto dallo stesso Domenico Barbieri, nel lungo dialogo intrattenuto con Vitaliano Grillo Brancati (il 28 gennaio 2007 alle ore 11:23 all’interno dell’autovettura Suzuki Vitara targata BE062BS), allorquando, con dovizia di particolari gli raccontò la sua ascesa imprenditoriale e il suo inserimento in seno alla ‘ndrangheta, grazie al quale era riuscito ad accaparrarsi, sin da giovane, rilevanti appalti pubblici, “pilotati” dall’intervento delle famiglie mafiose.

E dunque di appalti, politica e Reggio Calabria e provincia scriverò nel prossimo post

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4 – TO BE CONTINUED

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12 agosto 2010 - 10:32

ESCLUSIVO/3 ‘Ndrangheta invisibile: “A Reggio Calabria comandiamo noi”. Il latitante Alvaro: “Ora entriamo a Reggio”

Carissimi lettori grazie. Anche il secondo post sulla “scomparsa” dalla classe politica calabrese dalle recenti e grandi inchieste di ‘ndrangheta è stato ed è accolto con entusiasmo: in migliaia avete cliccato e cliccato sui post. Una standing ovation virtuale che farà piacere alla magistratura calabrese (quella seria) che da settembre proverà a lanciare una nuova offensiva contro il potere parallelo. Proverà cioè a entrare in quella stanza dei bottoni dalla quale è rimasta finora alla larga.

Come sapete ho cominciato questo percorso “alternativo” di lettura dell’inchiesta “Il Crimine”, scivolata il 13 luglio sull’asse Milano-Reggio Calabria, partendo da lontano. Per la precisione dal 16 ottobre, giorno in cui viene trucidato a Locri Francesco Fortugno.

L’inchiesta “Il Crimine” a Milano ha portato nella rete della magistratura qualche pesce interessante dell’imprenditoria e della politica ma in Calabria ha portato (quasi) solo alla scoperta della ‘ndrangheta rurale, quella dei santini e dei riti, quella dell’arzillo ottantenne Don Mico Oppedisano che si divertiva a organizzare la festa della Madonna dei Polsi con tutto quel che ruota intorno (seppur importante).

Possibile? Possibile che le cosche calabresi siano solo santini bruciati e vecchietti da ospizio? E la politica? E l’imprenditoria compiacente e collusa? Dove sono? Che fine hanno fatto? Perché emergono (discretamente) solo in Lombardia grazie soprattutto al lavoro di una donna pm con il turbo, Ilda Boccassini?

No, no. Non ci siamo proprio. La politica è stata lasciata fuori da questa inchiesta perché così è stato deciso. Da chi? Da chi può farlo. Magari grazie a una rete di potere che fa e disfa all’ombra delle logge massoniche coperte che in Calabria raccolgono da sempre il peggio del peggio: magistratura corrotta, politica mafiosa, professionisti marci, servizi deviati e pezzi dello Stato infedeli.

Ebbene abbiamo visto finora che la ‘ndrangheta cambia strategia in un giorno preciso: il 16 ottobre 2005, giorno in cui viene assassinato Francesco Fortugno (si vedano in archivio i post del 9 e 10 agosto). Lì comincia a riaffiorare nelle trame delle cosche quella che è la rete degli “invisibili”, uomini di potere e di comando nelle cosche che corrono parallelamente alla rete dei “visibili”. Visibili, sia ben chiaro, all’interno della struttura ‘ndranghetista, mentre gli “invisibili”, come dimostrano le inchieste della magistratura reggina, corrono soprattutto all’interno delle logge massoniche coperte e dei partiti.

Nell’inchiesta “Bellu lavuru”, condotta quasi tre anni fa dalla Dda di Reggio Calabria queste trame ci sono e ci sono tutte e anche l’ultimo degli idioti si sarebbe aspettato che esplodessero nelle inchieste successive. E’ stato così?  Scopriremo che è stato così fino al 13 luglio 2010, allorchè l’Italia intera scoprirà che oltre al “vecchietto” sono stati arrestati altri 299 allegri compari in mezza Italia. Forse sarà così da settembre, quando la magistratura (onesta) rimetterà mano ai filoni più caldi. Questa volta con la speranza che nessuna la fermi.

La Dda di Reggio Calabria ha continuato dopo “Bellu lavuru” a tirare i fili di quella trama con un’altra splendida inchiesta che ha “fotografato” la rete di potere criminale odierno nella città e nella provincia di Reggio Calabria, vale a dire nel cuore della ‘ndrangheta perché non esisterebbe la ‘ndrangheta se non esistesse Reggio e la sua provincia.

 

L’INCHIESTA META

 

Ebbene la cosiddetta inchiesta Meta, in una calda giornata di metà giugno, ha portato alla luce la trama di potere criminale della città di Reggio, scientificamente (e ripeto: scientificamente) suddivisa tra le varie famiglie: Libri di qua, Condello e Imerti di là e via di questo passo, con una (pre)dominanza dell’onnipotente famiglia De Stefano che, da sempre, vanta amicizie radicatissime nella politica cittadina. Diciamo che De Stefano sta alla politica reggina come il dio pagano Francesco Totti sta al gioco del calcio. Una simbiosi che talvolta diventa perfezione assoluta. Non mi dilungo in questa inchiesta che porterà anche all’ordine di arresto, tra gli altri, per il politico Rocco Palermo, sindaco di San Procopio, tuttora uccel di bosco. Non mi dilungherò neppure sulle tante trame che svelano intrecci impensabili tra politica, ‘ndrangheta, massoneria e imprenditoria in mezza provincia di Reggio, condizionandone capillarmente il voto. Su questo magari tornerò più in là, nei prossimi giorni.

No, no. Da oggi – proseguendo il filo logico dei primi due post - mi soffermerò sulla città di Reggio Calabria. Il quadro che ne emerge è devastante. Non tanto e non solo dalla lettura dell’ordinanza di custodia cautelare, quanto e soprattutto dalla originaria richiesta per l’applicazione di misure cautelari.

 

IL CAOS NELLA CITTA’ DI REGGIO CALABRIA

 

Credo che qualcuno di voi sia informato del fatto che il Comune di Reggio Calabria sia nel caos totale. Agguati politici, dimissioni presentate e rientrate, lotte tra fazioni politiche, minacce di elezioni anticipate, il sindaco Giuseppe Raffa che balla un giorno sì e l’altro pure, la giunta e il consiglio che ne seguono le sorti. Un delirio. Programmato. Voluto. Scientifico.

Da quando Beppe Scopelliti, l’homo ridens della politica reggina, se n’è andato a guidare la Regione Calabria, nulla è più come prima. Il motivo è semplice: nessun capoluogo in Italia come Reggio Calabria è bagnato da una pioggia di soldi. Nessun capoluogo come Reggio è interessato a sviluppare il discorso della città metropolitana: soldo chiama soldo. E sangue quando è necessario. Nessuna città e nessuna provincia come Reggio sono imbevute alla radice di criminalità organizzata che si fa Stato e che penetra ormai anche il Nord. Nessuna città in Italia come Reggio, dunque, assicura benessere ai soli noti. Peccato infatti che i soldi a pioggia non facciano rima con sviluppo socio-economico, ma questa è un’altra storia. A Reggio i diritti sono favori. E poi, suvvia, basta accendere una Radio in piazza e incendiare la movida una sera d’estate e il popolo pecorone si bea. E vota.

Bene. A Reggio e provincia tutto si regge se c’è chi garantisce un equilibrio perfetto tra i poteri e qui, da Reggio, in Calabria tutto comincia e tutto finisce.

Il dopo Scopelliti è ingovernabile e la città sta aspettando il “nuovo” scenario con le solite (e solide) identiche fondamenta: i soldi. I piccioli. Del resto alle cosche reggine non fotte nulla di chi fa finta di comandare in politica, l’importante è che loro riescano a governare il flusso delle risorse, a partire da quelle riversate su appalti e opere pubbliche. Dietro ci sono loro: i pupari che muovono e fanno muovere. Oggi più di ieri, domani più di oggi e con il Ponte sullo Stretto baluginato da anni, sai che scorpacciata, se arriva davvero…

 

LA MINACCIA AL PM LOMBARDO: A REGGIO COMANDIAMO NOI

 

Nelle serissime minacce di morte arrivate al pm Giuseppe Lombardo, figlio e nipote di magistrato, sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, uomo serio e preparato, schivo e testardo, c’è la seconda tessera di un puzzle che puzza di morte e violenza in una città già infestata dai veleni indirizzati verso la Procura generale, dove il capo procuratore Salvatore Di Landro si avvicina al traguardo del primo anno dall’insediamento (novembre). Da festeggiare c’è poco: bomba in Procura, pm rimossi, delicati processi pronti a essere celebrati. E cosche, dunque, tese come una corda di violino. L’odore del sangue c’è per chi conosce Reggio.

Ebbene a Giuseppe Lombardo, anima e corpo dell’inchiesta Meta e della precedente inchiesta “Bellu lavuru” un recente biglietto di auguri indirizzatogli così recitava: “A Reggio comandiamo noi”.

Già ma noi chi? A Reggio, lo sanno anche gli infanti, la cosca De Stefano “è”.

E’. Punto.

E’ tutto. E’ potere, è politica, è imprenditoria, è  massoneria deviata, è contatti con la Chiesa (anzi: con la chiesa). “E’”, soprattutto dopo che l’accordo fondato sulla spartizione dei traffici con le cosche Condello, Imerti e Nirta è diventato di ferro.

Ma nella richiesta di applicazione delle misure cautelari – comunicata alle parti e agli avvocati difensori della cinquantina di persone indagate o arrestate – c’è una tessera che combacia perfettamente con il biglietto di “auguri” spedito a Lombardo e alla sua famiglia.

L’altra metà del biglietto di auguri.

E qui entra in scena Cosimo Alvaro, originario di Sinopoli, appartenente all’omonima famiglia mafiosa che aveva spostato i propri interessi nella città di Reggio Calabria. Cosimo è figlio di Domenico Alvaro, protagonista nel 1992 della pax mafiosa in Reggio Calabria, così come accertato nell’ambito del procedimento penale “Olimpia”.

 

  “ORA QUI ENTRIAMO IN POLITICA”

 

Cosimo Alvaro, scrive il pm Lombardo, sin dal 2006, aveva imposto la  candidatura di Rocco Palermo, quale  indaco di San Procopio. “Circostanza che come sarà rappresentata in seguito – scrive Lombardo - verrà ampiamente rispettata”. Insomma gli Alvaro, secondo la magistratura, si erano mossi con successo nella provincia ma bisognava fare il salto di qualità, arrivare al cuore della regione: Reggio Calabria. Lì ci sono i bottoni del comando politico ed economico. Lì c’è il consenso sociale merce di scambio con la politica marcia. Li la ‘ndrangheta degli “invisibili” rinata dopo l’omicidio Fortugno e quella dei “visibili” doveva continuare ad alimentarsi e alimentare.

Sull’ingerenza dell’Alvaro all’interno delle dinamiche politiche di Reggio Calabria, il pm Lombardo precisa  che il 25 febbraio 2007,  nel corso di una  conversazione registrata all’interno della propria abitazione, oltre a riferire che avrebbe appoggiato Rocco Palermo, come candidato a sindaco  di San Procopio, aggiungeva, con riferimento alla città di Reggio Calabria, “ora  entriamo qui in politica”. “Nel ribattere l’affermazione di uno  dei presenti, secondo cui la coalizione  capeggiata da Lamberti Castronuovo avrebbe ottenuto un elevato numero di voti – scrive Lombardo -  Alvaro riferiva  testualmente: “.. ma quando mai!.. forza zio Peppino.. tra quindici giorni vedremo”.

“La persona a nome zio Peppino – riporta algidamente Lombardo -  potrebbe  identificarsi in Giuseppe Scopelliti,  attuale Sindaco di Reggio Calabria”. Il condizionale è doverso e d’obbligo.

Reggio comunque negli ultimi cinque anni ha subito un accerchiamento assoluto che nelle pagine vergate dal pm Lombardo riservano una lettura straordinaria e drammatica. Un accerchiamento agevolato dalla pax Condello-De Stefano-Nirta-Alvaro.

Ma di questo accerchiamento e dei meandri delle collusioni con la politica vi scriverò nelle prossime ore. Per il momento gustatevi una chicca: sapete chi è sfuggito alla cattura? Facile: Cosimo Alvaro. Una mano “invisibile” forse lo ha salvato e scoprirete presto perché…

3 – TO BE CONTINUED

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10 agosto 2010 - 11:04

Esclusivo/2 La ‘ndrangheta degli “invisibili” popola le logge massoniche dove fa affari e politica

Cari amici vedo che mi seguite con passione anche in queste calde giornate estive. Ieri avete letto a migliaia il primo post dedicato alla ‘ndrangheta invisibile, quella che l’inchiesta “Bellu lavuru” la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria cominciò a delineare tre anni fa. Quella fatta di contatti con politici e di politica. Quella fatta di pochi eletti che comandavano e decidevano. Quella fatta di potere vero. Quella di cui, per la parte calabrese, non c’è traccia nell’inchiesta “Il Crimine” che è scivolata lungo l’asse Milano-Reggio Calabria.

Intorno a questa anomalia – l’assenza della politica marcia calabrese in questa inchiesta che il 13 luglio ha svegliato l’Italia con l’arresto di 300 persone, quasi tutti pescetti o pesciolini in Calabria, qualche pesce più grande, ma poca roba, in Lombardia – sto ragionando da ieri. Basta leggere il post di ieri e troverete la domanda che mi rimbomba in testa da quel 13 luglio: come è possibile ridurre la ‘ndrangheta a un vecchietto da ospizio, Don Mico Oppedisano, eletto a capo della cupola? Sul personaggio Oppedisano torneremo nei prossimi giorni.

Come avrete avuto modo di leggere, ieri abbiamo legato la svolta nel potere radicale delle cosche ad una data ben precisa: il 16 ottobre 2005, giorno in cui a Locri venne ucciso il vicepresidente del consiglio regionale Francesco Fortugno. Quel giorno cambia la strategia delle cosche e accade che accanto alla ‘ndrangheta visibile, compare quella invisibile, quella che davvero conta. A svelare questa ‘ndrangheta “invisibile” ma potente e di potere è Sebastiano Altomonte, personaggio di peso nella provincia di Reggio Calabria, più volte intercettato dalla magistratura reggina. Da qui ripartiamo, non prima di aver riportato una conversazione, del 4 ottobre 2007.

 

SEBASTIANO ALTOMONTE PARLA DI FORTUGNO CON LA FIGLIA

 

Quel giorno Sebastiano Altomonte racconta alla figlia Orsola che alle consultazioni regionali del 2005, Francesco Fortugno lo pregò di  non appoggiare più Mimmo Crea ma a lui. Altomonte per provocare il suo interlocutore gli chiese se in cambio questi gli avesse potuto garantire un posto nella sua segreteria, ma questi gli avrebbe risposto che oramai lui aveva preso tutti gli impegni.

Ecco la sintesi della conversazione ambientale registrata all’interno dell’autovettura Fiat Punto, targata CP097NG, il 4 ottobre 2007, alle ore 13.26.49. La durata è di 5 minuti e 13 secondi.  Sebastiano Altomonte (A.S. nel dialogo) e Orsola Altomonte (A.O nel dialogo) .

 

SINTESI DELLA TELEFONATA

 

A.S. in macchina legge un articolo sul giornale sul caso Fortugno: la causa della sua uccisione sarebbe il mancato rispetto di alcune promesse fatte di posti di lavoro e di assunzioni nel settore sanitario in cambio di voti, parla di aspettative rimaste deluse.  Altomonte sostiene (considerazione personale fatta su quanto letto, ndr) che avrebbero detto a Fortugno: "bello noi ti votiamo ma tu devi dare la consulenza a questa che deve far assumere a tutti". Altomonte parla di un gioco politico che dovevano fare, sostiene che Fortugno ha preso i voti e se ne è fregato delle promesse e ha abbandonato tutti poi una volta eletto.

A.S. continua a parlare con la figlia Orsola che è in macchina con lui  e le dice: “ che questo qua..... (Francesco Fortugno, ndr), quando Altomonte all’epoca appoggiava Mimmo Crea , Altomonte si sarebbe incontrato (con Fortugno, ndr) la fuori da...inc....e voleva, che Altomonte lo appoggiasse,  e non appoggiasse a Mimmo Crea”

A.S: dice che lui (Fortugno, ndr) personalmente era un angelo, un poveraccio ma la moglie dice Orsola era la  capitana (quella che comanda, ndr), dicono che non era lui ma la famiglia della moglie che dirigeva, comandava.

A.S. continua affermando che Fortugno lo pregava perché non appoggiasse Mimmo Crea, allora Altomonte afferma che per provocarlo disse che gli avrebbe detto che avrebbe lasciato Mimmo Crea ma gli doveva mandare una persona del paese nella sua segreteria, ma questi gli avrebbe risposto che oramai lui aveva preso tutti gli impegni. Altomonte dice che lo ha cacciato malamente Fortugno, fa delle considerazioni dicendo "che quel pezzo di merda va a casa sua ad imporre chi appoggiare, di non appoggiare a Mimmo Crea  per dare i voti a lui” (in base al racconto fatto da Altomonte, l'uomo che sarebbe andato da lui per cercargli appoggio e convincerlo a non appoggiare Mimmo Crea è Francesco Fortugno, ndr).

…omissis…

ribadisce che Fortugno voleva il suo appoggio, i voti e che non appoggiasse Mimmo Crea

A.O. risponde gratis, intende senza nulla in cambio, lo chiama miserabile.

A.S. a tratti impercettibile, parla di una persona che con gli imbrogli è riuscita a farsi eleggere, poi riprende il discorso e dice che questi voleva che non appoggiasse Mmmo Crea per dare i voti a lui, afferma Altomonte che lui gli avrebbe potuto dare 1000-2000  voti,  ripete “i voti li vuoi tu e che mi dai.....soldi non voglio, ma voglio lo spazio (sostiene A.S.) dentro la tua segreteria”, poi cambiano discorso e parlano delle gomme della macchina da cambiare.

 

ECCOLA Lì, IMMANCABILE, LA MASSONERIA

 

Ma quel che conta moltissimo per gli inquirenti e i magistrati, è il fatto che Altomonte, per sua stessa ammissione, fa parte di  un gruppo di persone che gestisce il potere mafioso denominato gli  “invisibili”.

Allo stesso tempo Altomonte afferma di appartenere alla massoneria dove vengono esaltati i  termini visibili ed invisibili per indicarne gli appartenenti (“fratelli tutti visibili ed invisibili che adornate l'oriente”).

Altomonte nella circostanza è prodigo di particolari, sia relativi al cerimoniale utilizzato dai massoni (“mi sa che si porta la cravatta nera, con il vestito nero devi andare e con la camicia bianca devi essere vestito e poi c'è una borsa proprio ..inc.. grande così”….” No, si porta così perché il simbolo lo sai che è il triangolo il simbolo, poi c'è la pietra miliare, è squadrato diciamo ed è un organismo piramidale... eh, eh....”), sia relativi all’appartenenza alla massoneria di altre persone della fascia ionica della provincia di Reggio Calabria: “Cosimo Cherubino era massone con me lui è entrato dopo di me. Mi ricordo quando lo abbiamo battezzato, quando ha chiesto di entrare, qualcuno non voleva perché era stato arrestato aveva fatto galera”….” Due ..inc.. uno è il dottore Squillaci”….” E l'altro Cuppari, uno dei fratelli Cuppari”….”L'avvocato Ciccio è pure massone, Cicciareddu”…”Suo fratello il dottore Ottavio Strangius pure; Pepè Nirta pure, quello di Palizzi il dottore, quello è mastro venerabile ..inc”….” Lui e tutti i suoi fratelli, Mimmo e Ciccio”.

Altomonte spiega ancora alla figlia che lui appartiene alla: “Gran Loggia Regolare d'Italia, G.L.R., Gran Loggia Regolare d'Italia”, della quale fanno parte con lui una quarantina di persone (“Nella mia siamo una quarantina”).

E per chi avesse qualche dubbio, ecco la trascrizione integrale della telefonata effettuata il 26 ottobre 2007, alle ore 14.32.01, durata 15 minuti e 38 secondi, captata sulla solita Fiat Punto targata CP097NG.

Come vedrete i nomi dei politici che secondo Altomonte apparterrebbero alla massoneria sono molti e tra questi molti sono quelli che attraversano da sempre la politica calabrese.

 

LA PRIMA TELEFONATA INTEGRALE

 

Altomonte S. Il saluto... Maestro 1° sorvegliante, no,  Maestro venerabile, Maestro 1° sorvegliante, Maestro 2° sorvegliante, fratelli tutti visibili ed invisibili che adornate l'oriente,  e ..inc.. prima ..inc.. il saluto in questa maniera ah ah ..inc..

Altomonte O. ..inc..

Altomonte S. La cravatta nera quando vai

Altomonte O. ..inc...

Altomonte S. Mi sa che si porta la cravatta nera, con il vestito nero devi andare e con la camicia bianca devi essere vestito e poi c'è una borsa proprio ..inc.. grande così

Altomonte O. E che vuol dire quella borsa?

Altomonte S. No, si porta così perché il simbolo lo sai che è il triangolo il simbolo, poi c'è la pietra miliare, è squadrato diciamo ed è un organismo piramidale... eh, eh.... La massoneria è un grande potere, tutti massoni sono in Italia i più grossi. Andreotti è un massone, Berlusconi è un massone

Altomonte O. Soltanto Prodi forse non è un massone

Altomonte S. Agazio Mastella è  massone, Agazio Loiero è massone, tutti massoni sono ..inc..

Altomonte O. Prodi dove cavolo deve andare

Altomonte S. Ah?

Altomonte O. Prodi dove cavolo deve andare

Altomonte S. Ah

Altomonte O. Neanche nella macelleria lo vogliono

Altomonte S. Cosimo Cherubino era massone con me lui è entrato dopo di me. Mi ricordo quando lo abbiamo battezzato, quando ha chiesto di entrare, qualcuno non voleva perché era stato arrestato aveva fatto galera

Altomonte O. Come mai?

Altomonte S. Ma per fatti di Messina ..inc.. è imparentato con una famiglia di ..inc.. (Comiso?) ..inc.. Io sono fratello Sebastiano

Altomonte O. ..inc..

Altomonte S. Sai chi è della marina (Bova Marina, ndr) pure massone?

Altomonte O. Eh

Altomonte S. Due ..inc.. uno è il dottore Squillaci

Altomonte O. Ah questo lo sapevo

Altomonte S. E l’altro Cuppari, uno dei fratelli Cuppari

Altomonte O. Ah lo sapevo pure quello

Altomonte S. E chi te lo ha detto?

Altomonte O.  A ma. No lo sapevo

Altomonte S. Ah

Altomonte O. Aspetta, il grande forse, no

Altomonte S. Quello che è ..inc.. a Reggio

Altomonte O. Quello magro, alto

Altomonte S.  Eh

Altomonte O.  Il piccolo no, quello basso no

Altomonte S. No

Altomonte O. Quello, poverino. Quello là tutto che si sente

Altomonte S. Il professore no, quell'altro

Altomonte O. Quell'altro eh

Altomonte S. Lui è alla Loggia Logoteta che è Gosi invece io sono nella Gran Loggia Regolare d'Italia, G.L.R., Gran Loggia Regolare d'Italia. L'avvocato Ciccio è pure massone, Cicciareddu

Altomonte O. Strangiu

Altomonte S. Suo fratello il dottore Ottavio Strangius pure; Pepè Nirta pure, quello di Palizzi il dottore, quello è mastro venerabile ..inc..

Altomonte O. Eh! Mizzica

Altomonte S. Lui e tutti i suoi fratelli, Mimmo e Ciccio

Altomonte O. Maestro venerabile ma dove? In quale loggia?

Altomonte S. Una loggia di Siderno, ci sono un sacco di logge. La mia loggia è a Bianco poi ci sono due logge  a Siderno, una a Roccella altre due a Locri, ah ah, ce ne sono tre a Reggio, in tutta Italia ci sono 540 logge

Altomonte O. Mizzica

Altomonte S. E ma per entrare è rigoroso non è che si entra così, non è che entrano tutti

Altomonte O. E come è possi... come ha fatto ad essere Maestro venerabile?

Altomonte S. Chi Pepè?

Altomonte O. E Pepè Nirta?

Altomonte S. No tu fai, tu entri prima come apprendista all'inizio, tu sei un apprendista, poi piano piano incominci, diventi primo, dopo di apprendista diventi primo grado, secondo grado e poi diventi un maestro venerabile; ma io sono vicino a maestro venerabile ..inc..

Altomonte O. Ma tu sei secondo grado, terzo grado?

Altomonte S. Secondo grado; io se avevo voluto già ero maestro venerabile

Altomonte O. Quanti siete in tutto nella vostra loggia?

Altomonte S. Nella mia siamo una quarantina. L'altra volta ero invitato io a Villa San Giovanni al coso, all'Hotel De La Ville

Altomonte O. Ah

Altomonte S. Con quegli altri; ci sono quelli di Reggio, ce ne sono un sacco, di più sono, di più sai che sono medici, avvocati

Altomonte O. Ma sei andato a Villa?

Altomonte S. No non sono andato quel giorno, non sono potuto andare avevo altre cose. No c'era una mangiata si chiama, per esempio si fa a volte Agape si chiama, quando mangi insieme a tutti i fratelli, uhm, la balena bianca

Altomonte O. Ah apposta ti hanno uscito la balena bianca,

Altomonte S. Uhm, uhm

Altomonte O. La notte è bianca no la balena

Altomonte S. Noi facciamo la balena bianca

Altomonte O. Apposta ti hanno uscito la balena bianca

Altomonte S. Uhm, uhm

Altomonte O. Ah ora so

Altomonte S. Uhm

..omissis dalle ore 14.37.17

Sebastiano Altomonte poi cambia discorso e parla di un problema con i corsi di laurea che stanno facendo, dice che il (allora) ministro per l’Università Mussi avrebbe bloccato la legge 270, ma dice alla figlia di non dire nulla.

Si fermano e scendono dalla macchina, risalgono dopo poco e riprendono il discorso dei corsi universitari.

 

LA SECONDA TELEFONATA

 

Ovviamente uno al telefono può sparare le minchiate che vuole e millantare ( i cognomi fioccano come neve, da Berlusconi a Mastella per finire con Prodi ammantato dal dubbio di appartenenza alla massoneria) ma un punto appare certo e inequivocabile e del resto è una costante nelle inchieste giudiziarie in Calabria e in tutta Italia: la massoneria, ufficiale o deviata questo non sta a me appurarlo chè l’unico fratello che ho si chiama Paolo e fa il maggiore nell’Esercito, è un centro di gigantesco potere. E gli invisibili tornano ancora una volta

In una conversazione con la figlia del 28 dicembre 2007 Sebastiano Altomonte fa infatti ancora una volta riferimento al potere gestito dagli “invisibili”.

Nell’occasione i due  criticano il comportamento di un tecnico comunale che a loro dire ha intascato delle tangenti su dei lavori pubblici e in tale contesto Altomonte dice alla figlia che questa persona deve stare attenta perché a Bova vi sono delle persone che possono fargli del male e che questi sono degli “invisibili”.

La telefonata scatta alle 9.40.11, dura 22 minuti e 39 secondi e parte dalla solita macchina.

Orsola Altomonte parla di un tecnico che avrebbe chiesto dei soldi per un lavoro, per dei progetti presentati al comune di Bova.

Stanno parlando di un tale Ciccio (Francesco XXXXX, tecnico comunale, ndr).

Sebastiano Altomonte dice che questi deve stare attento perché qualcuno gli può fare del male e dice alla figlia che a Bova vi sono gli invisibili a cui deve stare attento, parlano di una donna un architetto una certa Elvira che ha dovuto pagare a questi per un progetto che gli hanno commissionato con il comune di Bova.

Orsola Altomonte racconta che questo architetto donna, Elvira XXXXX ha fatto il murales all’ingresso di Bova ed ha dovuto pagare il 40% del suo guadagno a questo Ciccio, parlano di un lavoro di 18 mila euro.

Orsola Altomonte parla poi di questo Ciccio (Francesco XXXX tecnico comunale, ancora ndr) che non solo guadagna il 2% su tutti i lavori pubblici, ma che pretende delle mazzette sui lavori che si fanno a Bova e soprattutto lavori con il comune, afferma testualmente che si è prosciugato ZZZZZ, elettricista del Comune, afferma che con questi soldi ha ultimato una casa a San Lorenzo.

Orsola Altomonte alle ore 9.48.39 parla dei YYYYY  che hanno preso un bar a Bova, non perché ne avevano bisogno ma per fare un dispetto a Ciccio (il solito tecnico comunale ndr) e Mico TTTTTT della marina (Bova Marina, ndr) perché su questo bar, afferma, prendevano la percentuale sul bar ed  afferma che glielo hanno fatto apposta.

Sebastiano Altomonte risponde alla figlia che si prendevano la percentuale perché là erano una cooperativa, dice “che ora che lo hanno loro il bar non pagano più nulla anche perché sono persone oneste contro queste cose”.

Orsola Altomonte racconta al padre che YYYYYY padre avrebbe detto a questi (il tecnico comunale e Mico TTTTT) testualmente "e che ti sembra ..... che voi ...inc... perché i miei figli pure sono in grado di chiedere mazzette, ma non li ho abituati così,. con questa cultura", afferma Orsola che lo ha “sputtanato”.

Sebastiano Altomonte risponde che lui non le sapeva queste cose e la figlia ribatte che lei le ha intuite queste cose. Il padre chiede se con Nino VVVVVV vanno d’accordo, la figlia risponde di si e lo chiama “l'altro boss” e che anche questo è uno che va a chiedere mazzette. Ne ridono insieme. Poi la figlia dice che si debbono vergognare e li chiama “zingari”.

Arrivati a destinazione Orsola Altomonte scende dalla macchina guidata dal padre.

Oggi cari amici ci fermiamo qui. Tra qualche ora riprenderemo dalla politica che viene chiamata in ballo da questa inchiesta Bellu lavuru che, ripetiamo, avrebbe dovuto essere la mamma di tutte le inchieste che, dopo, avrebbero dovuto seguirne la scia e portare a galla il marcio del mercimonio a tre in Calabria dopo l’omicidio Fortugno: politica corrotta, massoneria deviata e ‘ndrangheta. Peccato che non sia successo. Il perché è ovvio: questi tre ingredienti si sono cementati e il risultato, in Calabria, è il “nonnetto” che gioca con i santini e organizza la festa della Madonna di Polsi.

2 – TO BE CONTINUED

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9 agosto 2010 - 10:33

Esclusivo/1 La ‘ndrangheta massona degli invisibili detta legge: la svolta con l’omicidio di Francesco Fortugno

Tre anni fa, nella notte di ferragosto 2007, Duisburg, in Germania, scoprì la ‘ndrangheta calabrese. Sei morti distesi sull’asfalto di fronte al ristorante “Da Bruno”.

Fino a quel momento per i tedeschi, notoriamente astuti, quella calabrese era una mafia “invisibile” e dunque inesistente. I calabresi che avevano riempito quella cittadina di 491.931 abitanti di locali ristoranti erano tutti “pizza e soppressata”. Tutti cuochi e camerieri, che però nel frattempo avevano silenziosamente infestato con la loro presenza malavitosa l’intera Germania (e non solo).

Bene, quella mafia “invisibile” per gli astuti Sturmtruppen tedeschi mi è tornata in mente in questi giorni che si avvicina il ricordo di quella strage nata in Italia ed esplosa in Germania. Mi è tornata in mente quella mafia invisibile anche perché stride in maniera abnorme con quella mafia fatta di santini e preghiere che è emersa dall’inchiesta “Il Crimine” condotta sull’asse Milano-Reggio Calabria a metà luglio 2010.

Un’inchiesta che ha scoperchiato parecchi santuari in Lombardia (dove promette di scoperchiarne altri) mentre l’unico Santuario richiamato nelle indagini calabresi è quello che ruota in Aspromonte intorno a Polsi e alla sua Madonna della Montagna che si celebra il 2 settembre. Santuari politici, in Calabria, zero.

Una contraddizione stridente e palese: in Lombardia alcuni nomi di politici affiorano in quell’inchiesta e affioravano anche in inchieste chiuse alcune settimane prima dalla stessa procuratore aggiunto della Dda di Milano Ilda Boccassini, mentre in Calabria tutto sembra ruotare intorno alla figura di un vecchietto da ospizio: Don Mico Oppedisano, 80 anni, da Rosarno, incensurato o quasi, che in un’intercettazione telefonica della Procura di Palmi di qualche anno fa gli stessi parenti si divertivano a prendere in giro quasi fosse un fenomeno da baraccone. Un custode della vecchia ‘ndrangheta, quella fatta di giuramenti, di santini bruciati, di cosche rurali, di riti da celebrare a Polsi. Pericolo, per carità, ma la ‘ndrangheta, oggi, è un’altra cosa.

No no, troppo stridente la contraddizione. Stridente anche – e soprattutto – con quanto sembrava emergere nella stessa Calabria, terra inzuppata di malaffare contagioso anche per la magistratura, da recenti inchieste di (pochi) magistrati che non vogliono guardare in faccia a nessuno. O almeno ci provano, prima di essere fermati da chi può fermarli.

Perché nell’inchiesta “Il Crimine” non c’è una traccia una che sembri ricondurre alla politica calabrese e perfino ai mammasantissima della ‘ndrangheta? Secondo me le cosche Piromalli, Bellocco, De Stefano, Ursino, Mancuso, Arena, Forastefano (tanto per fare i primi cognomi che mi saltano disordinatamente in testa) si stanno ancora rotolando dalle risate.

No, non posso credere che a Milano due consiglieri regionali siano sotto i riflettori per le loro amicizie “pericolose” e in Calabria, dove non farei frequentare il consiglio regionale neppure al mio peggior nemico, nessuno, dico ne-ssu-no di loro o dei disgustosi politicanti di Reggio Calabria o Cosenza o Crotone o Vibo o Catanzaro e province siano anche solo lontanamente richiamati, sussurrati, sfiorati dalle intercettazioni o dal filo logico delle precedenti e recenti inchieste che qui – logica avrebbe voluto – dovevano esplodere.

Ed allora, visto che come sapete, amati amici di blog, sono un giornalista rompicoglioni, che non si ferma alle apparenze, che ama dubitare perché il dubbio è l’anima del mio mestiere, vi racconto da oggi (e per diverse puntate) una storia diversa.

Una storia che parte da lontano. Anzi: da vicino. Una storia che forse è in grado di rispondere parzialmente al quesito posto sopra: perché la politica calabrese è fuori da questa inchiesta “Il Crimine” dove compare invece, seppur appena accennata, quella lombarda? Un’inchiesta, ecco l’ultima premessa, che rischia di riportare, in Calabria, la lotta alla ‘ndrangheta indietro di anni luce. Non è un caso che Radio-carcere racconti che Oppedisano e i suoi siano stati accolti nei vari Istituti a sberleffi e derisioni e che, cosa gravissima, nei delicati processi in corso a Reggio (come a esempio “Cento anni di storia”) gli avvocati degli imputati abbiano chiesto di rivedere le carte processuali dei loro assistiti alla luce delle “clamorose” rivelazioni di questa inchiesta calabro-lombarda. Tentativi, finora, respinti.

BELLU LAVURU

Sono i primi mesi del 2007 quando Sebastiano Altomonte, nato a Bova il 2 agosto 1954 parla con i magistrati.

Altomonte non è un indagato qualunque nell’inchiesta “Bellu lavuru” che si conclude nella primavera del 2008. Trentuno i fermi, mentre le convalide del gip scenderanno a 29. Nel mirino dei carabinieri del comando provinciale di  Reggio Calabria i lavori della statale Ionica (106).
L’inchiesta nacque dal crollo di un ponte lungo la statale nei pressi di Palizzi. Si ipotizzò che l’appalto vinto da una ditta di Firenze fosse passato, secondo l'accusa, nelle mani di alcune imprese direttamente riconducibili al superboss di Africo, Giuseppe Morabito, detto ‘u tiradrittu (assolto in processo).
L'indagine nel novembre 2009 si è conclusa con 27 condanne, tra cui quella di Altomonte, condannato a 9 anni. Il procedimento pende in appello (non ho notizie ulteriori dell’iter processuale e chiedo a chiunque avesse aggiornamenti importanti ai fini giudiziari di segnalarli su questo blog o al mio indirizzo mail per integrare le notizie e le informazioni).

LA FIGURA DI SEBASTIANO ALTOMONTE

Altomonte è un sindacalista-politico. Uno di quelli che conta in silenzio e la gente di Reggio lo sa. Si presenta alle comunali del suo paese (il partito non conta tanto in Calabria sono solo simboli di facciata e il trasversalismo è la regola aurea della miseranda politica locale anche quando va a sedere in Parlamento a Roma o a Bruxelles) ma viene trombato. Magari è proprio quello che vuole. Ciò che conta è che lui conti. E conta. Ah se conta.

Di lui, nel fermo, i magistrati scrivono, tra le altre cose, “funge da anello di congiunzione tra esponenti di spicco della locale criminalità organizzata ed appartenenti al settore politico-amministrativo della fascia jonico reggina, tra i quali l’ex consigliere regionale Domenico Crea; mantiene rapporti privilegiati con famiglie di ‘ndrangheta del comprensorio di Africo (Glicora, Micantoni, Criaco); partecipa alla costituzione di una sorta di “cupola”, unitamente ad altri personaggi di vertice quali Leone Morello, Leone Modaffari e Antonino Vadalà, finalizzata ad esercitare il predominio nel comprensorio di Bova Marina oltre che a gestire un gruppo politico alle loro dipendenze; mantiene costanti rapporti con tutte le cosche della fascia jonica reggina in quanto parte del predetto gruppo criminale che definisce degli “invisibili”.

Eccolo lì dunque: anello di congiunzione con la politica, promotore di gruppi politici e…”invisibile”.

GLI “INVISIBILI”

Attenzione cari lettori: dobbiamo partire da qui, dagli “invisibili” per capire cosa sta accadendo da 5 anni in Calabria e per capire che, se la magistratura con le palle e il giornalismo con le stesse palle non andranno fino in fondo, in questa regione rischierà di essere portato a compimento quel progetto politico-massonico-mafioso che inizia in una data ben precisa: il 16 ottobre 2005, allorchè in un seggio di Locri dell’inutile Unione venne ucciso il vicepresidente del consiglio regionale Francesco Fortugno, uno degli uomini più vicini a Loiero Agazio, l’ex presidente della Regione.

LA FIAT PUNTO

Sulla sua Fiat punto targata CP097NG, Altomonte il 17 ottobre 2007 alle 17.22.48, per 21minuti e 47 secondi parla con sua moglie e, annotano i magistrati, per la prima volta riferisce alla moglie stessa, Giulia Vadalà, di aver partecipato ad un pranzo nel quale con lui vi erano 5 o 6 persone definite dallo stesso Altomonte “invisibili”.

Sulla stessa autovettura, due mesi prima, il  12 agosto 2007 alle 11.38.27, Sebastiano parla per 27 minuti e 54 secondi con il fratello Giuseppe e, annotano ancora i magistrati, Sebastiano conferma di “far parte di un gruppo di persone sconosciuto ai più, denominato “gli invisibili”, nato solo da un paio di anni, e del quale a Bova con lui ne fanno parte solo 5 persone che sono quelle che realmente contano”.

Questa acquisizione apre uno scenario del tutto nuovo nel panorama criminale delle cosche mafiose di Reggio Calabria.

Grazie a questa conversazione e altre ancora (sotto riporto testualmente quella del 20 dicembre 2007) la magistratura reggina viene a conoscenza che, per una scelta di autoprotezionismo da “attacchi esterni” (“se no oggi il mondo finiva; se no tutti cantavano”), gli stessi appartenenti alle varie organizzazioni criminali, da un paio di anni (“c'è la visibile e l'invisibile che è nata da un paio di anni“),  hanno creato una sorta di struttura parallela occulta i cui aderenti vengono denominati gli  “invisibili”.

I “VISIBILI”

Dell’esistenza di tale struttura non ne sono a conoscenza neanche i vari affiliati alle organizzazioni criminali cosiddetti “visibili” (“C'è una che si sa ed una che non la sa nessuno, la sanno solo ...”),  ossia quelli dei quali è notorio, tanto tra la popolazione quanto tra le Forze dell’ordine, che appartengono ad una organizzazione mafiosa. Questo organismo è quello che realmente conta (“Lui è in quella visibile che non conta”) nello scenario criminale “provinciale”.

Altomonte ancora, aggiunge che a Bova Marina sono solo in cinque  a far parte del gruppo degli “invisibili” e neanche personaggi di spessore, come Antonino Taormina, ne sono a conoscenza, e questi comunque non possono essere informati e per tale motivo non riescono a comprendere alcune situazioni, in particolare con riferimento a delle discussioni instaurate a seguito di incontri (definiti dall’Altomonte “mangiate”) con persone di Africo.

Altomonte specifica che i personaggi in questione di Africo, fanno anche loro parte dell’organismo degli invisibili (“gli Africoti sono con noi, capisci, pure che fanno finta, lo prendono in giro; sono con noi altri;  non solo, debbono essere d'accordo, siamo gli invisibili”)

Infine Altomonte precisa che: “oramai ..tutta la situazione di Bova è in mano con un discorso grosso metà a noi e metà agli Africoti eh, eh, non c'era spazio”.

Altro aspetto inquietante delle ammissioni dell’Altomonte circa l’istituzione di questo gruppo di persone denominate “invisibili”, è quello relativo alla sua collocazione temporale, ossia la data in cui questo gruppo sarebbe stato costituito. Nel colloquio intercettato, Altomonte colloca la nascita di questo “organismo” a due anni prima (“l'invisibile che è nata da un paio di anni”) ossia in un periodo immediatamente successivo all’assassinio di Francesco Fortugno, commesso il 16 ottobre 2005.

LA TELEFONATA DEL 20 DICEMBRE ALLA MOGLIE

Il nostro (A.S. nel dialogo) il 20 dicembre 2007, alle 09.34.44 è in macchina con la moglie, Giulia Vadalaà (V.G. nel dialogo) e qui viene intercettato ambientalmente per 12 minuti e 55 secondi.

V.G. mamma mia

A.S. va bene ma  sai che fa...

V.G. Stortareddu è, mala carne è, mala carne è

A.S. Ciccio quello è non è che ha.....

V.G. è venuto la  ...inc....

A.S. Ciccio è geloso ...inc...

V.G. Eh, poi ieri buttava la cosa per aggiustarsi la casa, certo se hai le cose di sotto, che non gli debbano cadere....

A.S. no va bene lo diceva così, c'è una gelosia perché lo abbiamo lasciato fuori, lui nemmeno lo sa che ...inc... Totò aveva  ragione sempre, all'inizio mi sembrava che sbagliava ma  aveva ragione da vendere altro che cazzi  è uno egoista capisci

V.G. uh....

A.S. lui voleva per esempio a Bova Superiore che si faccia che "pizziculia" per fatti suoi, capisci...inc... faceva il professionista  

V.G. certo

A.S. e che si faccia però, che gli danno la mazzetta a lui (ndr. squilla il cellulare della moglie)

    OMISSISS dal minuto 09.35.45 al minuto  09.37.32

A.S. capisci e Ciccio si è tagliato solo, solo ah, ah

V.G. ...inc....

A.S. perché....no io dall'inizio ho tentato pure, ma poi.....inc....

omissis dal minuto 09.37.48 (squilla il cellulare della moglie che risponde nulla di utile), dal minuto 09.38.52

A.S. E che c'è mala carne, capisci,

V.G. Infatti se no voglio dire quella bambina...

A.S. ora... ti sembra che ti possono tenere la candela a te?

V.G. Si ma ...inc... quella della Pannuti butta  battute sempre che... lui che si annaca (atteggia, ndr) vuole che  si annaca

A.S. vuole, ma non vale nulla

V.G. No

A.S. ma che deve avere da annacarsi (atteggiarsi),

V.G. chi è, pipi' popo'

A.S. non è niente più

V.G. che grande

A.S. detto tra di noi, lui non è nulla capisci? Perché vi è ..inc.... la visibile e l’invisibile capisci? Lui è in quella visibile che non conta, noi altri siamo a quella invisibile 5 (intende dire che fanno parte dell'invisibile 5 persone, ndr) capisci?  E quello conta... lui non conta nulla. Apertamente è pulito, però effettivamente, gli invisibili siamo 5 e lui non lo può sapere, lo sanno solo nel provinciale non lo sa nessuno capisci, lui è un visibile ...ma ma la scemenza che ha, ...hai capito? Per la sua stupidaggine; lui,  Nino Taormina,  questi sono tutti alla visibile... C'è una che si sa ed una che non la sa nessuno, la sanno solo ....... se no oggi il mondo finiva; se no tutti cantavano (n.d.r. parlavano),  c'è la visibile e l'invisibile che è nata da un paio di anni e che non la sa nessuno,  solo chi è invisibile

V.G. uhm....

A.S. lui il fessacchiotto, lo stesso, per noi non centra è nulla, lui e Taormina si sentono

V.G....inc..

A.S. sono tutti e due, mi dispiace per Salvatore che è bravo, sarà che è bravo ma però è rimasto fuori pure lui capisci, ...inc... è curioso che quando non sanno i fatti, Salvatore faceva " vedi che il vecchio lo tengono, sa per Africo", sa i cazzi che gli Africoti invece sono con noi, perché non sanno, sono visibili e pensano .... che è una mangiata ........

V.G. non li informate ?

A.S. eh, che cazzo devi informare

V.G. perché non sono informati dicono queste cose

A.S. gli Africoti sono con noi, capisci, pure che fanno finta, lo prendono in giro; sono con noi altri;  non solo, debbono essere d'accordo, siamo gli invisibili. E' "mangiuneddu" capisci, Ciccio è mangione

V.G. uh......

A.S. ma non è la questione che è mangione è stortareddu, non ha .....ora lui, staccati (ndr. distaccati dalla ndrangheta), se capisci che tu .....eh, eh, eh, cioè lui vuole fare, non sa fare capisci, non attira simpatia capisci, è antipatico,

V.G. da l'impressione già a prima vista di cafone

A.S. di cafone  non lo può vedere nessuno di noi altri eh, eh, non è che dici...Totò getta fuoco, Leo Petrulli non ne parliamo, tutti questi qua voglio dire non è ... lui pensava, gli sembrava che faceva il gioco che , come Nino (Antonio Taormina ndr)..........era contro a Totò (Antonio Mafrica ndr), pensava che lui facesse il doppio gioco,  noi che ci scontriamo e lui che gode hai capito? Non ha capito che eh, eh, eh.... abbiamo da parte a tutti e due a loro ed agli altri, ...capisci......non c'è nulla più, perché oramai ..tutta la situazione di Bova è in mano con un discorso grosso,  metà a noi e metà agli Africoti eh, eh, non c'era spazio

V.G. ...inc....

A.S. e lui....inc... deve stare attento perché, lui non capisce .... no... lo ha capito ti sembra che è fesso lui, lui fa finta non ti sembra che te lo "ammucchi", che poi capace che lui la intuisce qualcosa non è che....non lo può sapere ma , l'ha intuito ...

OMISSISS dal minuto 09.42.42. fino alla fine.

Insomma, cari lettori, una cosa è chiara: altro che ‘ndrangheta da ospizio, con Don Mico Oppedisano a capo della cupola. La ‘ndrangheta che conta, lo avrete capito, è quella “invisibile”, quella segreta, nota a pochissimi e fatta di pochissimi, che si rafforza (nasce dice qualche magistrato ma io non credo a questa ipotesi) il 16 ottobre 2005, il giorno stesso in cui viene trucidato Fortugno. Ma siamo solo all’inizio di quanto voglio raccontarvi. Il resto nelle prossime ore e, avete capito anche questo, RIpartiremo dalla massoneria. Lo sapete del resto: in questa regione non si muove foglia che cappuccio e compasso non vogliano. E non esiste classe dirigente che non abbia un “grembiule”.

1 – TO BE CONTINUED

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6 agosto 2010 - 12:45

ESCLUSIVO/ La mafia si fa Stato a Vallelunga Pratameno (Caltanissetta). Ma Granata guarda solo alle Regioni?

Dai primi (e già noti agli addetti ai lavori) nomi e cognomi che circolano e che non avrebbero dovuto essere inseriti nelle liste delle ultime elezioni regionali vien da ridere. Se fosse tutta qui la “bomba” che Fabio Granata - finiano osservante e praticante e vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia - è pronto a far esplodere a settembre in Parlamento, siamo freschi.

Alcuni di quei cognomi infatti non solo non avrebbero dovuto essere inseriti nelle liste politiche regionali ma non avrebbero dovuto avere dignità politica, visto che sono anni (in alcuni casi decenni) che se ne conoscono le nulle qualità morali, politiche e, in taluni casi, le vicinissime relazioni con la criminalità organizzata. Per non parlare poi delle voci (di popolo) che in alcuni casi li vogliono organici. Altro che codice etico (nel quale, personalmente, non credo più di tanto)! Il Codice penale ci vorrebbe per quei nomi e quei cognomi!

No, se è così non ci siamo proprio. Insisto su un punto che ho toccato nel precedente post (si veda in archivio il 3 luglio): o la Commissione parlamentare antimafia, memore di quanto (più o meno) fece quella guidata da Gerardo Chiaromonte nel ’92, si mette in testa di perseguitare e denunciare le infiltrazioni mafiose nella politica oppure è as-so-lu-ta-men-te inutile. Non abbiamo più bisogno di commissioni che studino o ripropongano ciò che è noto, ma di un pool ristretto (non certo la pletora goduriosa che esiste oggi con 50 membri + consulenti per alcuni dei quali mi domando che cosa avranno mai da dire) di politici e che indaghino, accertino e denuncino apertamente e che abbiano tutti i mezzi per farlo.

Detto per inciso: non avverrà mai. Avete mai visto la politica che denuncia il marcio che alligna al proprio interno? Che denuncia se stessa? Facile farlo con i soliti noti, impossibile farlo con i soliti ignoti. E Granata, che giovincello di quella Commissione Chiaromonte fu consulente, dovrebbe saperlo bene.

L’invito, dunque, è quello di scavare, scavare e scavare e denunciare perché mafia oggi è economia e società criminale, vale a dire una bomba a orologeria sotto il culo di ciascuno, compresi quelli che ancora oggi guardano alle infiltrazioni come qualcosa del Sud. Anzi qualcosa di “sudicio”.

E allora, per dare idea di quanto sta accadendo in Italia, a partire da quella Sicilia che è tornata sotto i riflettori anche per le inchieste riaperte, oggi scriverò di mafia e politica nella provincia di Caltanissetta. Una provincia, si badi bene, che è una polveriera non solo per una Procura antimafia che sotto la guida di Sergio Lari sta cercando di squarciare veli di omertà e decenni di deviazioni, ma anche perché il tessuto socio-economico è un concentrato della peggiore miscela politico-massonico-mafiosa dell’isola.

LA RELAZIONE ALLA COMMISSIONE ANTIMAFIA

Non per nulla, il 13 luglio 2010 la Prefettura, guidata da Umberto Guidato, ha consegnato 32 pagine di relazione alla Commissione parlamentare antimafia che, con Granata in testa, ha fatto in quei giorni visita in Sicilia (si veda il post del 3 luglio).

Ebbene, aldilà della guerra tra Cosa Nostra e stidda per l’egemonia territoriale economica, aldilà della geografia delle famiglie mafiose da Gela a Niscemi, quel che colpisce è l’analisi della Prefettura sui rapporti con la politica e l’imprenditoria.

“Recenti attività investigative – si legge a pagina 8 – mostrano come sia in preoccupante crescita la pressione esercitata sulle cosche al fine di infiltrarsi all’interno degli enti locali ed influenzarne le scelte”. Tanto per capirsi: né più né meno di quanto accade nella provincia di Caserta.

“Nell’ultimo periodo – continua la relazione nella stessa pagina – si è avuto modo di assistere all’ennesima diversificazione delle attività criminose di Cosa nostra, che sta puntando adesso anche sulla gestione dei centri scommesse, di recenti sorti numerosi in particolare nel capoluogo. Desta altresì qualche preoccupazione l’incremento in provincia di centri della grande distribuzione, specie in dipendenza del contesto non propriamente ricco e del modesto bacino d’utenza”. Appunto: né più ne meno di quanto accade nella Piana di Gioia Tauro o – si badi bene, eccezion fatta per il tenore di vita – intorno a Milano, dove da Corsico a Vigevano, passando per Trezzano, è un tripudio di centri commerciali.

IL CASO DI VALLELUNGA PRATAMENO

La Prefettura butta li sul tavolo della Commissione parlamentare antimafia un caso allucinante, che ovviamente in tutte le cronache nazionali è stato confinato (al massimo) in una breve: lo scioglimento del Comune di Vallelunga Pratameno. Chi di noi lo consoce alzi la mano. Bene. L’ha alzata solo chi ci è nato.

Lo scioglimento disposto dal Governo ha motivazioni che, in una società civile quale l’Italia non è più, hanno dell’allucinante e dovrebbero costituire materia di studio scolastico da Bardonecchia a Calangianus, da Caorle a Forlimpopoli.

Potrei dilungarmi e proporre a tutti la lettura del documento ma mi limito alla sintesi della sintesi con queste testuali parole: “…tra politica ed economia la simbiosi è totale. Imprenditori che sono stati amministratori; professionisti che sono stati amministratori; direttori tecnici di imprese locali incaricati della progettazione di opere pubbliche…”. Altro che conflitto di interessi! Un bordello totale a favore della mafia che si fa Stato.

“Può dirsi in sintesi – si legge a pagina 19 – che la situazione del Comune di Vallelunga Pratameno ha confermato attualità e fondatezza dell’analisi del già procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia specie con riferimento ai rapporti d’affari tra politica, economia e mafia. Ovvero che quando la mafia non è imprenditrice essa stessa, si avvale di imprese vicine e, con l’accondiscendenza degli amministratori e dell’apparato burocratico, si appropria comunque della “sostanza economica” dell’appalto, mediante sub appalti non autorizzati, fatturazioni sospette, scarsa qualità dei materiali, imposizione di manodopera”.

IL CODICE MAFIOSO E L’ALLUCINANTE BENESSERE ECONOMICO

La relazione prosegue con passaggi che dovrebbero essere letti a voce alta in tutte le classi italiane al posto dell’arida storia (a esempio) dei Fenici. “…quel territorio – si legge – è rimasto impermeabile ad azioni di rinnovamento, rendendo possibile un unico codice di comportamento, quello mafioso, che nel tempo, ha potuto persino acquisire, purtroppo, una valenza sociale “di gradimento”. La Commissione di accesso, infatti, ha avuto modo di verificare che l’organizzazione criminale ha nel tempo garantito ai propri concittadini un pilotato benessere economico sotto forma di stipendio pubblico, di commesse per appalti o servizi, di contributi, di assenza dell’azione repressiva della polizia municipale, privandoli, al tempo stesso, della libertà di scegliere e cambiare nonché delle opportunità di sviluppo che l’economia legale avrebbe potuto offrire. Al punto che – ha sottolineato la medesima Commissione ispettiva – lo stesso esercizio dei diritti, quando agiti, è stato lasciato intendere come concessione e piacere da contraccambiare sempre”.

Non so se ci rendiamo conto di quanto io sto scrivendo e voi state leggendo: il libero Stato mafioso di Vallelunga Pratameno!

L’AZIONE DI CONTRASTO

In questa situazione devastante la Prefettura riesce a trovare barlumi di reazione che – ancora una volta – fanno riferimento al dinamismo dell’associazionismo antiracket e nel progetto di rinnovamento dei vertici confindustriali nisseni, che ha costituito un significativo elemento di novità nel contesto sociale non solo provinciale. “ Si rammenta difatti – si legge a pagina 11 di questa splendida relazione che, ripeto allo sfinimento, fossi nel Provveditore regionale alla Pubblica istruzione farei circolare sui banchi all’apertura dell’anno scolastico di ogni ordine e grado – che proprio da Caltanissetta la Confindustria regionale, il 2 settembre 2007, ha formulato la proposta, poi effettivamente recepita, di introdurre nel codice etico dell’organizzazione una clausola volta ad espellere le imprese che si assoggettano, senza denunciare, al racket delle estorsioni. Il forte richiamo ai principi di eticità da parte delle associazioni degli industriali di Caltanissetta ha, in effetti, costituito un esempio mutuato dall’intera Confindustria nazionale che, in più occasioni, ha riconosciuto il ruolo determinante di questa sorta di rivoluzione svolto dalla classe imprenditoriale”.

Peccato che, di fronte all’effervescenza e al coraggio di associazioni e qualche amministratore, le resistenze siano ancora molte. Non me ne stupisco più di tanto ma soffro nel leggere che “il sindaco di Caltanissetta, proprio nei giorni scorsi, ha, da un lato, elogiato le Forze di Polizia per l’incisiva azione di contrasto condotta con mezzi tradizionali e, dall’altro, ha rivolto un appello ai cittadini affinchè collaborino, senza paura di denunciare i reati di cui sono vittima”.

So che è un sogno ma mi piacerebbe che il prossimo anno scolastico nella provincia di Caltanissetta, da Valleunga Pratameno a San Cataldo, da Marianopoli a Villalba, da Riesi a Mazzarino, da Butera a Serradifalco, da Campofranco a Montedoro, da Bompensiere a Milena, da Gela a Niscemi, paesi infestati da Cosa nostra e stidda, iniziasse con una messa in cui il prete di quartiere concludesse l’omelia con un “Nostro Signore liberaci dalle mafie in questo comune” e, subito dopo, il preside distribuisse la relazione della Prefettura tra i banchi, invitando insegnanti e alunni a commentarla, magari partendo proprio dal “pilotato benessere economico” che la mafia assicura sul territorio. In fin dei conti il prezzo da pagare alla mafia che dà lavoro non è così alto: la dignità e la vita umana.

So che è un sogno ma sarebbe un bel modo per onorare anche la scomparsa dell’editrice Elvira Sellerio che tra gli autori ebbe anche il grande Gesualdo Bufalino, secondo il quale “la mafia si sconfigge con un esercito di insegnanti”.

r.galullo@ilsole24ore.com

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