House Ad
House Ad
  • Agorà
  • Nóva100
Roberto Galullo

Guardie o ladri di Roberto Galullo

RSS Feed

giugno 2010

8 giugno 2010 - 17:39

San Marino, paradiso penale: l’ex ministro Foschi padre della legge bavaglio interviene

Ricevo e molto volentieri pubblico:

 

 

Partecipando all’incontro con Roberto Galullo a Rimini per la presentazione di “Economia Criminale”, ho ascoltato le critiche alle legge 93/2008 di cui sono stato promotore e mi sono reso conto di come possa essere diversa la percezione per un osservatore con poca dimestichezza delle vicende sammarinesi. Proverò ora a rispondere alle obiezioni sollevate già nel corso della serata, spiegando perché ritengo quella legge una preziosa conquista che segna l’inizio di una svolta verso un Paese più moderno e più giusto e che, non a caso, è stata fortemente osteggiata dal mondo bancario, timoroso di andare a ledere un segreto destinato a dissolversi pochi anni più tardi, così come da parte di certi affaristi appartenenti a quei poteri forti con molti legami nel mondo politico che infatti sono riusciti a provocare una prima crisi di Governo, proprio su questa legge nel 2007, e la successiva e definitiva rottura della maggioranza di allora nemmeno un anno dopo. Legge che ha riscosso il consenso della stragrande maggioranza degli Avvocati sammarinesi, così come di molti Magistrati, con qualche distinguo solo da parte di chi, pur condividendone i principi, nutriva qualche preoccupazione per un inevitabile aumento del carico di lavoro dovuto a maggiori adempimenti da svolgere.

 

Il contesto di riferimento

 

Per una corretta comprensione delle modifiche introdotte con la legge 93/2008, ribattezzata “del giusto processo”, va innanzitutto osservato che a San Marino vige ancora il Codice di Procedura Penale del 1878 (non è un errore, si tratta proprio del XIX secolo!) fondato su un rito totalmente inquisitorio, in cui cioè il Giudice può formare le prove esclusivamente in istruttoria, e non nel dibattimento pubblico, e non è nemmeno necessaria la presenza dell’indagato che può quindi ritrovarsi rinviato a giudizio senza nemmeno avere saputo di un’inchiesta aperta a suo carico. Interpretando la norma in maniera rigorosa, il Giudice a quel punto potrebbe assumere le prove già formate in istruttoria e rendere pressoché inutile il dibattimento.

Non va dimenticato poi che, fino a pochi anni fa, il Magistrato che conduceva le indagini era lo stesso chiamato poi a giudicare… sulla base delle accusa da lui stesso formulate! San Marino ha subito numerose condanne da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo proprio su questi temi tanto che da ben 35 anni si parla di un nuovo Codice di Procedura Penale senza che nessuno ci abbia mai lavorato seriamente. L’articolo 6 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo sancisce proprio i diritti dell’imputato ad un equo processo e “ad essere informato nel più breve tempo possibile delle accuse a suo carico”.

In questo quadro, e consapevoli delle difficoltà, soprattutto in termini di tempo, che avrebbe comportato l’adozione del nuovo Codice, abbiamo deciso di varare una legge stralcio che ponesse rimedio ai principali problemi che si erano manifestati nel corso degli anni.

Aggiungiamo anche che il Giudice Inquirente è il solo titolare dell’azione penale e la esercita di fatto senza alcun controllo e senza dovere rendere conto a nessuno, tantomeno all’indagato o alle parti offese. Se, ad esempio, un cittadino denuncia un misfatto di cui è stato vittima, magari ad opera di qualcuno “che conta”, il Giudice potrebbe anche decidere di non svolgere alcuna indagine lasciando raggiungere i termini della prescrizione, oppure di archiviare il fascicolo senza motivazioni di sostanza,  protetto dalla più stretta segretezza che nemmeno il Magistrato Dirigente può violare (in quanto non riveste funzioni di Procuratore Capo ma solo organizzative).

A differenza della procedura italiana, infatti, non ci sono un PM titolare delle indagini e un GIP che controlla la legittimità e le motivazioni alla base degli atti che il PM gli chiede di convalidare. A San Marino è tutto nelle mani del Giudice Inquirente e di lui solo.

Con la norma introdotta invece, il Magistrato è tenuto a pubblicare comunque il processo prima di archiviarlo, avvertendo le parti qualora non l’avesse già fatto, e queste hanno la facoltà di appellarsi all’archiviazione richiedendo che l’istruttoria sia affidata ad altro Giudice.

 

Nessuna segretezza per le indagini?

 

Riguardo alla Comunicazione Giudiziaria (simile all’Avviso di Garanzia italiano), proprio per evitare che qualcuno facesse il furbo (magari evitando di ritirare raccomandate provenienti dal Tribunale) si è deciso che il Magistrato è tenuto a inviarla, all’ultimo domicilio conosciuto, a prescindere dal fatto che questa sia effettivamente ricevuta. Quando infatti si dice che il Giudice fa in modo che l’indagato POSSA partecipare agli atti”, non significa che se questi non partecipa gli atti sono nulli. All’indagato (se conosciuto e se reperibile) viene infatti data la facoltà di farlo, ma resta suo diritto non prendervi parte, e l’inchiesta procede ugualmente.

Non è esatto però dire che le indagini si svolgono senza alcun segreto per l’indagato. Si prevede infatti che questi debba essere informato entro 30 giorni dall’apertura dell’inchiesta a suo carico attraverso la Comunicazione Giudiziaria ovviamente purché questi sia conosciuto e sempre che il Giudice non decida di porre la segretezza temporanea. Il Magistrato infatti, per indagini di particolare delicatezza e complessità, può decidere, a sua esclusiva discrezione, di operare in regime di segretezza, senza cioè dovere informare le parti e secretando il fascicolo, per un periodo di sei mesi prorogabili di altri tre, al fine di preservare il segreto istruttorio e il buon esito delle indagini.

Sono in questo modo garantite condizioni di sicurezza per indagini delicate quali quelle in ambito finanziario o sulla criminalità organizzata che stanno a cuore a tutti noi, ma al tempo stesso si pone un freno all’abuso che si è fatto per tanti anni del segreto istruttorio, utilizzato anche in procedimenti aperti per diffamazione o per omicidio colposo da incidente stradale, e che troppo spesso ha consentito di far perdere le tracce di fascicoli aperti per i quali si può solo presumere sia stata raggiunta la prescrizione, dal momento che non se ne è saputo più nulla, nonostante ci fosse molta attenzione attorno ad essi.

Eventualmente si può parlare di tempi di prescrizione troppo rapidi, ma questo è un problema del Codice Penale che prevede pene troppo lievi per reati come il riciclaggio, non della Procedura  Penale. A questo proposito abbiamo introdotto il principio della speditezza dei processi, assegnando all’istruttoria un tempo che non può superare il termine di un terzo del tempo di prescrizione del reato più grave, altrimenti il processo è prescritto. Tale termine, prorogabile fino a un mezzo a discrezione del Giudice, vuole evitare che approdino in Aula procedimenti già destinati a prescriversi durante il dibattimento o in Appello a causa di istruttorie troppo lunghe, e che andrebbero a intasare il calendario delle udienze sottraendo tempo prezioso ai procedimenti che invece stanno nei tempi prefissati.

 

Il divieto di pubblicazione

 

Veniamo ora alla parte relativa alla stampa. Comprendo che le misure introdotte possano non essere particolarmente apprezzate da chi lavora nel settore dell’informazione, e probabilmente non sono la migliore soluzione possibile. Va detto però che a San Marino non solo non esiste un Ordine professionale, ma non è riconosciuta nemmeno la professione di giornalista. Non esiste dunque un codice deontologico per chi fa informazione e le “regole” vengono affidate al buonsenso dei singoli, peraltro con buoni risultati finora. A differenza di quanto accade in Italia, dove c’è un’opposizione che protesta giustamente contro il bavaglio vero e proprio che si vuole porre ai giornalisti, durante l’elaborazione della legge mi sono trovato un’opposizione (che oggi è maggioranza) che in sostanza voleva maggiore rigore contro la stampa, per cui non abbiamo riscontrato azioni significative contro il provvedimento, ma siamo comunque riusciti a eliminare la previsione della prigionia “limitandoci” alla sanzione pecuniaria. La prigionia di primo grado rimane invece per chi pubblica notizie coperte da segreto bancario, come prevede la legge varata dal governo precedente a quello di cui facevo parte (Legge 165/2005) contro la quale non si levarono al tempo grandi proteste.

L’intenzione naturalmente non era quella di impedire alla stampa di seguire la cronaca giudiziaria, ma solo di tutelare la riservatezza delle indagini PRIMA che vengano a conoscenza dell’indagato stesso, a garanzia del lavoro del Giudice e di quei soggetti deboli che meritano particolare cautela, come i minori o le vittime di abusi per i quali è vietata l’indicazione delle generalità.

Negli atti parlamentari che accompagnano la legge (di cui costituiscono parte integrante), figura una precisazione a verbale in cui si specifica che il divieto previsto dalla legge si riferisce esclusivamente agli atti del fascicolo custoditi dal Giudice e conoscibili solo per via diretta (ad es, il contenuto di un interrogatorio o un referto medico) e non atti a cui terzi possono avere assistito (ad es. il fatto stesso che una persona sia comparsa davanti al Giudice) e comunque limitato alla sola fase della segretezza che non coincide con l’intera fase istruttoria.

L’articolo incriminato contiene anche una disposizione che in Italia può fare sorridere ma che da noi era invece necessaria, ovvero il fatto che “le sentenze e i decreti di archiviazione sono pubblici e chiunque può estrarne copia”. A San Marino infatti non era facile riuscire a sapere per quali motivi il Giudice aveva archiviato un determinato procedimento. Con questo provvedimento si tenta di rendere più agevole il compito di chi fa informazione stabilendo un principio semplice ma fondamentale.

Nelle previsioni fatte all’inizio del mio mandato di Governo, avendo oltre che la delega alla Giustizia anche quella all’Informazione, c’era anche una legge ad hoc sulla stampa e sull’editoria, in cui si sarebbe dovuto professionalizzare l’attività del giornalista riconoscendo ad esso diritti e doveri specifici, e in particolare modo, pur senza istituire un vero e proprio Ordine, promuovere un contesto associativo che avrebbe dovuto elaborare, in maniera assolutamente autonoma, un Codice Deontologico, un complesso di norme di autoregolamentazione adottate dagli operatori stessi e non imposte dall’alto. Avevo dato da subito la disponibilità a rivedere il divieto di pubblicazione alla luce di queste regole non appena adottate. La fine anticipata della legislatura ha impedito il prosieguo di ogni iniziativa.

 

 

Ogni legge nasce dalle esigenze e dalla situazione esistenti in un dato momento. Nulla vieta che possano essere riviste e aggiornate anche dopo averne testato gli effetti sul campo. Le critiche costruttive come quelle espresse da Galullo hanno il merito di fare riflettere ciascuno e dibattere intorno a temi strategici come la Giustizia, e in generale dovrebbero essere sempre bene accette dal legislatore, che ha il diritto e il dovere di prendere decisioni per risolvere determinati problemi ma che non può trincerarsi dietro la sua funzione evitando di rispondere ai dubbi sollevati e ignorando i contributi che vengono dall’opinione pubblica e dalla stampa.

Ritengo che questa legge abbia colmato una serie di lacune ma sia stata solo una tappa in un cammino più lungo quale quello della trasformazione del nostro Paese in uno Stato moderno. Uno degli obiettivi strategici in questo percorso era e rimane l’introduzione di una nuova Procedura Penale che consenta alla Giustizia di essere più efficace e in grado di essere un pilastro nella lotta contro ogni forma di illegalità, a qualunque livello essa si manifesti, ivi compreso quello più alto e cioè quello politico, applicando integralmente il principio per cui la legge deve essere uguale per tutti.

Ivan Foschi, ex Segretario alla Giustizia di San Marino

 

 

Breve replica

Cari lettori, come ricorderete alcuni giorni fa ho scritto un puntuale articolo sulla legge 93/2008 che, inconfutabilmente per le fonti audite e per le testimonianze raccolte (magistrati, giornalisti e sammarinesi) in un recente viaggio a Rimini per presentare il mio libro “Economia criminale”, viene definita una legge capestro per la magistratura e bavaglio per la stampa.

Il padre putativo di quella legge, il gentile Ivan Foschi, ex Segretario di Stato alla Giustizia di San Marino, replica gradevolmente a quell’articolo.

Gli argomenti sono suadenti ma convincenti solo nella parte – già espressa in pubblico – in cui Foschi riconosce che qualche stortura è emersa.

Qualche? Molte. La testimonianza migliore è che Foschi non contesta (bontà sua) ne smentisce (non potrebbe) quanto ho scritto e quanto è stato messo a fuoco nel convegno di Rimini. Foschi, dopo una lunga premessa metodologica, punta su un fatto opinabile ma giusto e su uno “farlocco”.

Il punto “farlocco” è quello per il quale appare difficile capire a chi non è sammarinese le leggi sammarinesi e lo Stato stesso. Scimmiottando la Lega Nord (che orrore!): “ciascuno è giornalista a casa proprria”. E vai!  E’ una vecchia tiritera: sa solo chi prova sulla propria pelle certe cose può parlare o scrivere. A questo argomento “farlocco” rispondo con due argomentazioni: una per ridere, l’altra per fare sul serio. Quella per ridere è: torniamo alle veline politiche e al Minculpop così siamo apposto. Quella seria è che allora – estremizzo con un paradosso che faccio spesso – solo un giornalista drogato potrebbe scrivere degli effetti devastanti della droga. Chi non si droga cosa fa: dice che la droga fa bene perché non può capirne la portata mortale?

Il punto opinabile ma giusto dal suo punto di vista è che a San Marino fa fede una volontarietà e non un’obbligatorietà di certi comportamenti: a partire dalla blindatura del segreto istruttorio e dalla partecipazione agli atti istruttori da parte dell’indagato. Vero: dal suo punto di vista. Smentito dai fatti: basti chiedere ai magistrati e, in campo di rogatorie, basti chiedere ai pm di Forlì e Roma.

E sulla libertà di stampa a San Marino vogliamo chiederne conto ai giornalisti del Paese?

La riflessione di Foschi ha però un pregio enorme: l’ex Segretario alla Giustizia si è prestato e si presta al dibattito, dunque al sale della democrazia. La sua è una ragionevole difesa di ufficio che ha molti punti condivisibili. Bello sarebbe che tutta la politica sammarinese si lanciasse in dibattiti democratici senza lanciare editti bulgari contro i giornalisti con la schiena dritta (che si rafforzano ancora di più nella consapevolezza di avere un solo padrone: il lettore).

Caro Ivan saluti cari a te e tutta San Marino

r.galullo@ilsole24ore.com

Permalink Commenti (11) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie

8 giugno 2010 - 9:10

ESCLUSIVO/1 La bomba alla Procura di Reggio Calabria: la relazione di Salvatore Di Landro ad Alfano

Oggi sul Sole ho scritto un articolo sulla relazione che il Procuratore generale della Repubblica di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro, ha spedito il 6 marzo al ministro della Giustizia Angelino Alfano e al Csm. Relazione spedita A distanza di cinque mesi dal fallito attentato (era la notte tra il 2 e il 3 gennaio) contro la Procura generale di Reggio.

La sintesi è questa. Radio carcere l’aveva annunciato e non poteva sbagliarsi: una bomba sarebbe stata piazzata presso la Procura generale di Reggio Calabria. Colpire un’avvocatessa incorruttibile per lanciare messaggi, Giulia Dieni, non avrebbe conseguito lo stesso risultato intimidatorio contro il nuovo corso giudiziario. La ‘ndrangheta non avrebbe raggiunto inoltre un altro obiettivo: intimidire la magistratura in vista del piatto milionario del Ponte sullo Stretto.

Dietro la bomba l’insofferenza verso il nuovo corso instaurato da Di Landro che in corsa, con il suo consenso, ha anche cambiato il sostituto Francesco Neri, che poi il Csm destinerà altrove (non è dato sapere quale sia il rapporto diretto tra le due cose).

E proprio da qui partiamo. Ciò che scrivo è dunque molto di più di quanto ho scritto sul Sole e mi limiterò semplicemente a riportare quanto scritto da Di Landro. Senza alcun commento di cui non c’è alcun biosgno.

 

LE DICHIARAZIONI DI DI LANDRO

 

Di Landro, per far capire la violenza dell’attentato, lo fa con parole che non lasciano dubbi. A un certo punto scrive: “….mi occupo di processi penali da 25 anni e, nonostante mi sia interessato delle cosche più agguerrite ed efferate, dai Ruga di Monasterace ai Piromalli di Gioia Tauro, passando per tutte le cosche della città di Reggio, mai in passato ho ricevuto alcuna minaccia, neppure a livello di prospettazione….”.

Di Landro riporta a pagina 5 gli elementi di novità dal momento del suo insediamento. Testualmente scrive: “Verso il 20 novembre, ho ricevuto una telefonata dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, con la quale il collega Pignatone mi segnalava che nel processo iniziato in Corte d’Assise d’Appello per l’omicidio della guardia giurata Rende, si era verificata l’antipatica situazione che vedeva quale procuratore generale il collega Francesco Neri, sostituto presso questo ufficio, e come difensore, unitamente all’avvocato Malagò, l’avvocato Gatto. Invero, l’aspetto disdicevole e preoccupante consisteva nel fatto che, per come era emerso anche da giornali a carattere nazionale, spesso l’avvocato Gatto aveva assistito il collega Neri in numerosi procedimenti di carattere amministrativo (non escluso innanzi al Csm) e di carattere penale; per cui era largamente presumibile che vi fosse un rapporto particolarmente intenso tra il dottor Neri e l’avvocato Gatto con l’anomalia nascente dal fatto che quest’ultimo era al tempo stesso difensore del sostituto procuratore generale delegato al processo e dell’imputato. Ritengo che la telefonata del dott. Pignatone fosse stata preceduta da doglianze che il suo ufficio aveva ricevuto dal difensore di parte civile, avvocatessa Giulia Dieni, che aveva lamentato qualche anomalia procedimentale nel corso della prima udienza di appello con riferimento alla condotta del collega Neri”.

 

IL BOTTA E RISPOSTA DI LANDRO-SCUDERI-NERI

 

Il dato era di particolare rilievo, poiché quello per l’omicidio Rende non era un banale processo, ma si trattava di un giudizio che vedeva un forte contrasto dialettico tra accusa e difesa con un clima acceso. “In quel giorno – specifica Di Landro al ministro Alfano, al Csm e al procuratore generale della Cassazione – io rivestivo ancora la funzione di sostituto procuratore generale, anche se già dalla fine di ottobre ero stato designato dal plenum del Csm come procuratore generale. All’epoca il procuratore generale facente funzioni era il collega Franco Scuderi, nella sua qualità di avvocato generale, anche se era imminente il mio insediamento. Io riferii subito il fatto al collega Scuderi e dopo qualche giorno partii per Roma…Al mio ritorno domandai a Scuderi se aveva risolto il caso ed egli rispose che ne aveva parlato con il collega Neri, ma lo stesso aveva tergiversato, dicendo che se ne sarebbe parlato più avanti nel corso dell’istruttoria. Dopo il mio insediamento avvenuto il 26 novembre chiamai il collega Neri e gli dissi che, a mio avviso, il problema era serio poiché erano “ufficiali” i suoi strettissimi rapporti con l’avvocato Gatto (con cui potevano essere sottese anche questioni di natura economica in ordine alle prestazioni professionali svolte in sui favore). Peraltro, si trattava di un processo di grande importanza, che presentava contrasti accesi tra le parti processuali. Il dottor Neri si rese conto della gravità del caso e convenimmo che alla successiva udienza dell’11 dicembre sarebbe andato il collega Scuderi. Tale avvicendamento venne facilitato dal fatto che  il collega Neri sarebbe andato in ferie fino all’8 dicembre e che pertanto avrebbe potuto prolungarle con facilità fino al giorno dell’udienza. Peraltro il nuovo magistrato designato era l’avvocato generale e pertanto tale avvicendamento non sminuiva il prestigio del dottor Neri”.

 

LE BRUSCHE MANIERE E IL TERRORE DELL’AVVOCATESSA

 

Difatti il giorno 11 dicembre partecipò al processo Scuderi, che riferì in seguito a Di Landro che in effetti il clima e la contrapposizione tra lui e la difesa fu molto forte al punto che, andando via dall’udienza, Scuderi fu inusualmente salutato con tono allusivamente minaccioso dalla gabbia degli imputati.

Successivamente, alcuni giorni dopo, nello studio di Di Landro si presentò l’avvocatessa Giulia Dieni, difensore di parte civile nel processo Rende, molto spaventata, per dire che era sua intenzione rinunciare al mandato, perché terrorizzata dalla reazione che avrebbe avuto il carcere. Infatti alcuni giorni prima aveva incontrato il collega Neri il quale, “contrariamente alla sua nota affabilità – scrive Di Landro – non l’aveva nemmeno salutata, e, dopo, aveva visto l’avvocato Gatto, il quale l’aveva aspramente redarguita dicendole che, a seguito della sua segnalazione alla Procura della Repubblica, si era messo in moto il meccanismo che aveva portato alla sostituzione del dottor Neri. Io la tranquillizzai dicendole che non si poteva tollerare una sua rinuncia all’esercizio del fondamentale diritto di difesa ed aggiunsi che l’eventuale sua rinuncia avrebbe portato l’immediata conseguenza, da parte mia, di affrontare in sede disciplinare il problema della condotta del collega Neri”.

Alle obiezioni di Di Landro, l’avvocatessa Dieni si convinse e si alzò salutando il procuratore generale, dicendogli che “il carcere le avrebbe fatto mettere un’altra bomba (in precedenza, aveva già subito altro attentato)”.

Volete sapere come continua la relazione di Di Landro, che il Sole-24 Ore e questo blog sono in grado di riportarvi integralmente e in esclusiva? Bene. Leggete il prossimo post che a ore metterò in linea.

r.galullo@ilsole24ore.com

1.to be continued

p.s. Non dimenticate di acquistare solo in edicola il mio libro “Economia criminale” che sulla Calabria ha un ampio capitolo. Se avete difficoltà a reperirlo…rivolgetevi nelle edicole a fianco. Abbiate pazienza!

Permalink Commenti (0) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie

8 giugno 2010 - 9:10

ESCLUSIVO/1 La bomba alla Procura di Reggio Calabria: la relazione di Salvatore Di Landro ad Alfano

Oggi sul Sole ho scritto un articolo sulla relazione che il Procuratore generale della Repubblica di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro, ha spedito il 6 marzo al ministro della Giustizia Angelino Alfano e al Csm. Relazione spedita A distanza di cinque mesi dal fallito attentato (era la notte tra il 2 e il 3 gennaio) contro la Procura generale di Reggio.

La sintesi è questa. Radio carcere l’aveva annunciato e non poteva sbagliarsi: una bomba sarebbe stata piazzata presso la Procura generale di Reggio Calabria. Colpire un’avvocatessa incorruttibile per lanciare messaggi, Giulia Dieni, non avrebbe conseguito lo stesso risultato intimidatorio contro il nuovo corso giudiziario. La ‘ndrangheta non avrebbe raggiunto inoltre un altro obiettivo: intimidire la magistratura in vista del piatto milionario del Ponte sullo Stretto.

Dietro la bomba l’insofferenza verso il nuovo corso instaurato da Di Landro che in corsa, con il suo consenso, ha anche cambiato il sostituto Francesco Neri, che poi il Csm destinerà altrove (non è dato sapere quale sia il rapporto diretto tra le due cose).

E proprio da qui partiamo. Ciò che scrivo è dunque molto di più di quanto ho scritto sul Sole e mi limiterò semplicemente a riportare quanto scritto da Di Landro. Senza alcun commento di cui non c’è alcun biosgno.

 

LE DICHIARAZIONI DI DI LANDRO

 

Di Landro, per far capire la violenza dell’attentato, lo fa con parole che non lasciano dubbi. A un certo punto scrive: “….mi occupo di processi penali da 25 anni e, nonostante mi sia interessato delle cosche più agguerrite ed efferate, dai Ruga di Monasterace ai Piromalli di Gioia Tauro, passando per tutte le cosche della città di Reggio, mai in passato ho ricevuto alcuna minaccia, neppure a livello di prospettazione….”.

Di Landro riporta a pagina 5 gli elementi di novità dal momento del suo insediamento. Testualmente scrive: “Verso il 20 novembre, ho ricevuto una telefonata dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, con la quale il collega Pignatone mi segnalava che nel processo iniziato in Corte d’Assise d’Appello per l’omicidio della guardia giurata Rende, si era verificata l’antipatica situazione che vedeva quale procuratore generale il collega Francesco Neri, sostituto presso questo ufficio, e come difensore, unitamente all’avvocato Malagò, l’avvocato Gatto. Invero, l’aspetto disdicevole e preoccupante consisteva nel fatto che, per come era emerso anche da giornali a carattere nazionale, spesso l’avvocato Gatto aveva assistito il collega Neri in numerosi procedimenti di carattere amministrativo (non escluso innanzi al Csm) e di carattere penale; per cui era largamente presumibile che vi fosse un rapporto particolarmente intenso tra il dottor Neri e l’avvocato Gatto con l’anomalia nascente dal fatto che quest’ultimo era al tempo stesso difensore del sostituto procuratore generale delegato al processo e dell’imputato. Ritengo che la telefonata del dott. Pignatone fosse stata preceduta da doglianze che il suo ufficio aveva ricevuto dal difensore di parte civile, avvocatessa Giulia Dieni, che aveva lamentato qualche anomalia procedimentale nel corso della prima udienza di appello con riferimento alla condotta del collega Neri”.

 

IL BOTTA E RISPOSTA DI LANDRO-SCUDERI-NERI

 

Il dato era di particolare rilievo, poiché quello per l’omicidio Rende non era un banale processo, ma si trattava di un giudizio che vedeva un forte contrasto dialettico tra accusa e difesa con un clima acceso. “In quel giorno – specifica Di Landro al ministro Alfano, al Csm e al procuratore generale della Cassazione – io rivestivo ancora la funzione di sostituto procuratore generale, anche se già dalla fine di ottobre ero stato designato dal plenum del Csm come procuratore generale. All’epoca il procuratore generale facente funzioni era il collega Franco Scuderi, nella sua qualità di avvocato generale, anche se era imminente il mio insediamento. Io riferii subito il fatto al collega Scuderi e dopo qualche giorno partii per Roma…Al mio ritorno domandai a Scuderi se aveva risolto il caso ed egli rispose che ne aveva parlato con il collega Neri, ma lo stesso aveva tergiversato, dicendo che se ne sarebbe parlato più avanti nel corso dell’istruttoria. Dopo il mio insediamento avvenuto il 26 novembre chiamai il collega Neri e gli dissi che, a mio avviso, il problema era serio poiché erano “ufficiali” i suoi strettissimi rapporti con l’avvocato Gatto (con cui potevano essere sottese anche questioni di natura economica in ordine alle prestazioni professionali svolte in sui favore). Peraltro, si trattava di un processo di grande importanza, che presentava contrasti accesi tra le parti processuali. Il dottor Neri si rese conto della gravità del caso e convenimmo che alla successiva udienza dell’11 dicembre sarebbe andato il collega Scuderi. Tale avvicendamento venne facilitato dal fatto che  il collega Neri sarebbe andato in ferie fino all’8 dicembre e che pertanto avrebbe potuto prolungarle con facilità fino al giorno dell’udienza. Peraltro il nuovo magistrato designato era l’avvocato generale e pertanto tale avvicendamento non sminuiva il prestigio del dottor Neri”.

 

LE BRUSCHE MANIERE E IL TERRORE DELL’AVVOCATESSA

 

Difatti il giorno 11 dicembre partecipò al processo Scuderi, che riferì in seguito a Di Landro che in effetti il clima e la contrapposizione tra lui e la difesa fu molto forte al punto che, andando via dall’udienza, Scuderi fu inusualmente salutato con tono allusivamente minaccioso dalla gabbia degli imputati.

Successivamente, alcuni giorni dopo, nello studio di Di Landro si presentò l’avvocatessa Giulia Dieni, difensore di parte civile nel processo Rende, molto spaventata, per dire che era sua intenzione rinunciare al mandato, perché terrorizzata dalla reazione che avrebbe avuto il carcere. Infatti alcuni giorni prima aveva incontrato il collega Neri il quale, “contrariamente alla sua nota affabilità – scrive Di Landro – non l’aveva nemmeno salutata, e, dopo, aveva visto l’avvocato Gatto, il quale l’aveva aspramente redarguita dicendole che, a seguito della sua segnalazione alla Procura della Repubblica, si era messo in moto il meccanismo che aveva portato alla sostituzione del dottor Neri. Io la tranquillizzai dicendole che non si poteva tollerare una sua rinuncia all’esercizio del fondamentale diritto di difesa ed aggiunsi che l’eventuale sua rinuncia avrebbe portato l’immediata conseguenza, da parte mia, di affrontare in sede disciplinare il problema della condotta del collega Neri”.

Alle obiezioni di Di Landro, l’avvocatessa Dieni si convinse e si alzò salutando il procuratore generale, dicendogli che “il carcere le avrebbe fatto mettere un’altra bomba (in precedenza, aveva già subito altro attentato)”.

Volete sapere come continua la relazione di Di Landro, che il Sole-24 Ore e questo blog sono in grado di riportarvi integralmente e in esclusiva? Bene. Leggete il prossimo post che a ore metterò in linea.

r.galullo@ilsole24ore.com

1.to be continued

p.s. Non dimenticate di acquistare solo in edicola il mio libro “Economia criminale” che sulla Calabria ha un ampio capitolo. Se avete difficoltà a reperirlo…rivolgetevi nelle edicole a fianco. Abbiate pazienza!

Permalink Commenti (0) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie

7 giugno 2010 - 9:17

San Marino paradiso penale: indagati superstar, magistrati nell’angolo e giornalisti imbavagliati

San Marino – che di passi avanti dice di farne e che sta scoprendo con la velocità di una tartaruga zoppa di aver avuto verosimilmente in casa, nelle banche, nella politica e tra i professionisti molti amici della mafia, proprio come in Italia – ha avuto a Rimini il coraggio di interrogarsi su una legge liberticida: la n.93 del 17 giugno 2008.

Merito degli organizzatori (Vedosentoparlo, Ragionevoli dubbi, Anpi, Gruppo San Marino, Sos Impresa, Don Chisciotte Rsm) che il 3 giugno hanno organizzato un convegno dal titolo “Economia criminale”. Bontà loro, lo hanno chiamato – con grande sorpresa ed enorme piacere – proprio come il mio libro in edicola con il Sole-24 Ore (a proposito, nonostante le difficoltà di distribuzione lo trovate fino al 20 giugno). Non sapevo di avere un fan club a Rimini. Ora lo so e mi spavento.

Ma merito soprattutto dei sammarinesi – a partire dall’ex Segretario di Stato alla Giustizia, Ivan Foschi, che di quella legge, ahilui, è il padre e dai tanti politici dell’opposizione presenti – che hanno reagito con padronanza e sapienza alle mie motivate provocazioni, facendo una sana autocritica. E pensate quanto mi sarei appassionato se a quell’incontro avessero partecipato anche gli attuali Governanti sammarinesi e la classe dirigente di quel Paese. Un uccellino, che volava per la sala, fischiettava però che dal Monte Titano fosse partito un aut-aut: “mai al convegno se c’è Galullo – Raus”. Politici democratici che erano stati contattati per presenziare si sarebbero negati con una serie incredibili di scuse. Tipo: “sono fuori”; “no grazie, quel giorno sono al mare”; “ah, l’avessi saputo prima”; “ho il latte sul fuoco”; “ho il bambino che piange”. E il segno inequivocabile che qualcosa non andava era che il bardo ufficiale delle storture politico-amministrative sammarinesi non si aggirava per la sala. E dire che si sarebbe visto. Evidentemente non ho avuto la stessa fortuna che ha avuto La7.

Ma no, non ci credo. Volete voi che una Paese che ha partorito una legge come quella che ora descriverò, allevi tra le sue file persone così anti-democratiche? No, non ci credo, non è possibile. Sono certo che le ragioni addotte fossero vere, che se l’attuale classe dirigente sammarinese non era presente, era perché forse un improvviso attacco alle vie digerenti li aveva costretti a rinunciare. Capita. Però vi anticipo che dovrei essere a San Marino a metà luglio: a qualcuno va di incontrarmi? Giuro che non mordo e che mi accontento di poco: parlare e scambiare opinioni. Senza avere la pretesa di aver ragione.

 

BERLUSCONI E LA POLITICA A SCUOLA A SAN MARINO:

 

Se Sua Onniprestanza Psico-Muscolare leggesse la legge sammarinese sulla procedura penale e sul segreto istruttorio (appunto la 93/2008) trasferirebbe Palazzo Chigi e Montecitorio sul Titano per promulgarne una fotocopia. Ma se al suo posto ci fosse un esponente del centro-sinistra sarebbe la stessa identica cosa: è il sogno della politica quello di avere una magistratura mummificata e un giornalismo imbavagliato.

Indagato superprotetto. Bene, la legge sammarinese prevede, nel diritto alla difesa, che l’indagato “ha il diritto di esaminare ed estrarre copia di tutti gli atti del fascicolo processuale, ivi compresa la registrazione della notizia di reato”. Non solo: il giudice inquirente deve fare in modo che possa partecipare o essere rappresentato nel corso delle attività istruttorie.

Tradotto con un esempio: se sequestro un bimbo a San Marino e per questo sono indagato, non solo devo essere avvisato, ma magari posso anche dare un’occhiata alle ricerche! Geniale no? E su questo aspetto, onorevolmente, Foschi ha preso atto che questo tipo di storture vanno evitate ma la legge era nata in un clima ipergarantista bipartisan che forse oggi bisognerebbe rivedere con saggezza.

Nessun segreto. San Marino è l’unico Paese al mondo in cui le indagini preliminari non hanno alcun segreto per l’indagato. E come se non bastasse entro 30 giorni (dicasi e ripetasi: 30 giorni) il giudice deve dare personalmente comunicazione all’indagato degli elementi di fatto e di diritto del reato per il quale si sta indagando. Ora: ve l’immaginate una comunicazione del genere, con una tempistica del genere, per un reato, che so, di riciclaggio che richiede tempi di studio e indagini lunghissimi?

Ma non è finita! La notifica è a pena di nullità non se l’indagato non la riceve, ma se l’ufficio non lo invia!! Dunque, basta una lettera imbucata e se poi l’indagato non la riceve, peccato.

 

PROCESSI SUPER RAPIDI

 

La legge in questione riserva perle a ogni articolo. Vogliamo parlare della rapidità dei processi, che tanto sta a cuore anche ai nostri politici (applicabile per gli altri, ovvio)?

Prescrizione brevissima. Bene. Il processo deve essere indetto in tempi rapidissimi. Burocraticamente e freddamente la legge dice: “…entro il termine perentorio che è stabilito in un terzo del tempo occorrente per la prescrizione del reato più grave”.

Visto che in genere le pene sono bassissime a San Marino, è verosimile che un reato di riciclaggio (frequente ahinoi) cada a San Marino in prescrizione in un anno, un anno e mezzo. Non male no?

Magistrati sul filo del rasoio. E attenzione perchè se il magistrato penalista ritarda, paga con la propria responsabilità civile. Giusto, giustissimo, a mio giudizio, ma se vi fosse equilibrio temporale. Sapete qual è il paradosso di questo sistema? Che tra due reati (uno “bagatellare” e facile da perseguire) e uno complesso (che so, il riciclaggio, difficilissimo da perseguire) il magistrato inconsapevolmente o meno, potrebbe essere tentato di seguire il fascicolo meno complesso da istruire mentre quello complesso può avviarsi…alla prescrizione!

Pubblicità dei processi: magistrati e giornalisti al collasso. I magistrati, che a San Marino già vivono tra mille difficoltà, hanno l’obbligo di non divulgare alcun tipo di notizia fino alla pubblicazione del processo. Bene. Condivisibile (per alcuni aspetti) ma…Ma visto che praticamente a San Marino ogni processo è coperto da segreto istruttorio, la stampa non può neppure dare notizia parziale o per riassunto delle notizie di reato! Altro che intercettazioni di cui si parla in Italia! A San Marino un giornalista deve aspettare il termine del processo per scrivere! Evviva, proprio ciò che vogliono i politici italiani.

L’ho sempre pensato: San Marino è troppo avanti!

r.galullo@ilsole24ore.com

Permalink Commenti (15) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie

3 giugno 2010 - 7:18

ESCLUSIVO/2 Intercettazioni: il Sud dà il buon esempio e su Skype il ministro Tremonti dice che…

Cari amici di questo umile blog controcorrente vi è piaciuto l’ultimo post sulle intercettazioni (apparso il 31 maggio)? A giudicare dal numero delle letture direi di sì. Come ricorderete abbiamo parlato delle tante, troppe doppie intercettazioni antimafia delle Procure distrettuali (ho riportato l’esempio di Milano) e degli scarsi poteri di coordinamento della Direzione nazionale antimafia. Tutto questo accade mentre – come sapete – il legislatore è impegnatissimo a screditare i magistrati (che talvolta si fanno male da soli) e a mettere il bavaglio alla democrazia.

Bene. Anzi: male. Mentre tutto questo accade, una volta tanto, sul fronte delle doppie intercettazioni antimafia, il buon esempio viene dal Sud. Maledetti terroni che danno una lezione al Nord…

Leggete quel che scrive il sostituto procuratore nazionale antimafia Alberto Cisterna a proposito della Procura di Napoli e del suo stretto collegamento con la Direzione nazionale antimafia (Dna): “… le Procure della Repubblica che hanno attuato al proprio interno (è il caso di Napoli) procedure di verifica per scongiurare o per coordinare i casi di doppia intercettazione offrono la concreta dimostrazione dell’utilità dell’azione – fosse solo di alert – svolta dall’Ufficio nazionale e consente di proseguirne l’applicazione con riferimento agli altri circondari e distretti....”.

Un caso isolato quello della Direzione distrettuale antimafia di Napoli? Sembrerebbe proprio di no, almeno nell’ultimo anno di rilevazione riportato nell’ultima relazione della Dna, che va dal 1° luglio 2008 al 30 giugno 2009.

 

IL BUON ESEMPIO DI CATANIA E CATANZARO

 

Incredibile ma vero anche la Calabria e la Sicilia, nel periodo preso in considerazione, hanno offerto un lungimirante esempio di collaborazione e coordinamento con la stessa Dna.

Leggete cosa scrive il sostituto procuratore nazionale antimafia Roberto Alfonso nella relazione sul distretto della Corte di appello di Catania, che ha consegnato a fine 2009 nelle sapienti mani del Procuratore capo Piero Grasso: “…La Dda di Catania aveva fatto esplicita richiesta di convocazione della riunione al fine di consentire al Procuratore nazionale antimafia di coordinare le indagini esistenti presso le due direzioni distrettuali antimafia, collegate non soltanto dall’esistenza di una doppia intercettazione sulla medesima utenza ma anche dalla presenza di soggetti indagati in entrambi i procedimenti, promossi per delitti relativi al traffico internazionale di stupefacenti, nel quale è coinvolto un soggetto albanese, fornitore di sostanze stupefacenti e di armi ad affiliati di varie organizzazioni criminali italiane, soggetto il cui ruolo era risultato centrale nella gestione delle attività delittuose... La Dda di Catania si è impegnata a trasmettere a quella di Catanzaro copia didichiarazioni nella parte in cui esse possono risultare utili per le indagini diquell’ufficio, restando in attesa che venga trasmessa a Catania dalla DDA di Catanzaro l’informativa che i Carabinieri hanno depositato a Catanzaro, ovviamente nella parte di interesse per le indagini di Catania. È stato consegnato alla DDA di Catanzaro copia dello stralcio (elenco indagati, imputazioni e alcune significative conversazioni intercettate) della comunicazione di notizia di reato redatta dalla Squadra Mobile nel novembre 2008.

Bravi, però, ‘sti terroni…

 

LA PROCURA DI LECCE ALL’ATTACCO

 

Un’altra Procura del Sud, questa volta quella di Lecce, va invece a mettere il dito nella piaga del rapporto tra magistrati e compagnie telefoniche.

Il sostituto procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Maria Dell’Osso scrive, riguardo al costo dei tabulati, che “…nessun pagamento sia dovuto agli operatori delle reti di telecomunicazioni per i tabulati del traffico telefonico, trattandosi di prestazione che, pur inserita nel “listino” del 26 aprile 2001, è stata poi espressamente esclusa dal Codice delle comunicazioni elettroniche, successivamente emanato con il citato decreto legislativo 1° agosto 2003, n.259: codice che, all’articolo 96, dopo aver ribadito l’obbligatorietà per gli operatori “delle prestazioni a fini di giustizia effettuate a fronte di richieste di intercettazioni e di informazioni da parte delle competenti Autorità giudiziarie”, ha previsto “il ristoro dei costi sostenuti” dagli operatori solo “per le prestazioni relative alle richieste di intercettazioni”, e non anche per quelle relative alle informazioni fornite all’Autorità giudiziaria, nelle quali rientrano evidentemente quelle sul traffico telefonico”.

 

SKYPE E LA NOTA DEL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO

 

Come ben sanno i mafiosi e la criminalità comune nazionale e internazionale, c’è uno strumento facile facile per non essere intercettati o, quanto meno, per essere quasi matematicamente sicuri di non esserlo: Skype. Insomma, farla franca è quasi certo anche se ultimamente cominciano a mostrarsi i primi “bachi” in questo complesso algoritmo, nei quali gli esperti investigatori in telecomunicazioni provano a fare forza.

Bene, nel silenzio totale (per saperlo bisogna che i giornalisti facciano la cosa più bella: leggere le carte attentamente) il ministero delle Comunicazioni (oggi Sviluppo economico), l’Autorità per le comunicazioni, i servizi specializzati delle Forze di polizia (in primo luogo la Polizia postale), e in una parte più operativa le Procure della Repubblica di Milano e Firenze, si sono riunite il 24 giugno e 27 ottobre 2008 per parlare della problematica concernente l’intercettazione dei flussi di traffico telefonico su protocollo VoIP.

La problematica è stata presa in considerazione sotto un duplice profilo: l’esperibilità tecnica delle intercettazioni e la natura tecnica della struttura Skype e la conseguente attribuzione alla stessa della natura di rete telefonica, soggetta come tale alle prestazioni obbligatorie previste dal codice per le comunicazioni.

Bene, dopo quelle riunioni qualche passo in avanti è stato fatto e scopriamo ora che c’è un parere della Direzione generale per i servizi di comunicazione elettronica e radiodiffusione del Ministero dello Sviluppo economico “che propende per l’attribuzione a Skype della qualifica di operatore telefonico con connesso obbligo di assicurare l’intercettazione delle conversazioni”.

Una buona notizia che, e come ti sbagli, cozza con la dura realtà legislativa. Del resto, si sa, il nostro Legislatore è per larga parte Illuminato e dunque ha ben altro da fare per i propri Fratelli.

“Non ha sortito alcun seguito applicativo – si legge infatti nella sconsolata nota del sostituto procuratore nazionale antimafia Alberto Cisterna datata fine dicembre 2009 -  in ragione anche dell’avvenuta presentazione da parte del Governo del ddl 1415 in discussione innanzi al Senato, il disposto dell’art. 2, commi 82 e 83 della l. 24 dicembre 2007 n. 244 (finanziaria 2008) che testualmente prevede «Il Ministero della giustizia provvede entro il 31 gennaio 2008 ad avviare la realizzazione di un sistema unico nazionale, articolato su base distrettuale di corte d’appello, delle intercettazioni telefoniche, ambientali e altre forme di comunicazione informatica o telematica disposte o autorizzate dall’autorità giudiziaria, anche attraverso la razionalizzazione delle attività attualmente svolte dagli uffici dell’amministrazione della giustizia. Contestualmente si procede all’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 96 del codice delle comunicazioni elettroniche, di cui al decreto legislativo 1º agosto 2003, n. 259, e successive modificazioni. Il Ministero della giustizia, di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, procede al monitoraggio dei costi complessivi delle attività di intercettazione disposte dall’autorità giudiziaria»".

Un balzo e siamo ai giorni nostri: non solo non si farà nessun passo in avanti per intercettare le telefonate dei boss mondiali su Skype, ma le intercettazioni saranno azzerate o quasi sul fronte antimafia! Allegriaaaaa!

r.galullo@ilsole24ore.com

2 – the end

P.S. Ancora improperi dei lettori e dei radioascoltatori per il fatto che il mio libro “ECONOMIA CRIMINALE –Storie di capitali sporchi e società inquinate” in vendita solo in edicola fino al 20 giugno, insieme al Sole-24 Ore, è nascosto o negato da molti edicolanti che magari neppure sanno di averlo. Abbiate pazienza: continuo a segnalare queste distorsioni all’Editore ma voi usatemi ancora la cortesia di rivolgervi magari all’edicola accanto. Mi scuso ancora per i disservizi.

Permalink Commenti (8) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie
 

« precedente

Ultimi post

  • A Savona confisca (si, no, forse) e pericolosità sociale (a corrente alternata) di Antonio Fameli, re del mattone apprezzato dai Piromalli
  • Il pool antimafia (gratis) del Governo - Garofoli, Cantone, Gratteri, Bianco e Spangher - parte dalla lotta al riciclaggio
  • Lo Giudice, “nano spentito” calabrese ma col pallino dei servizi segreti in Sicilia: nel suo memoriale Gladio e gli omicidi di agenti del Sisde
  • La Dda di Palermo riapre l’indagine sulla cattura di Provenzano - Intrecci diabolici tra un "gigante" (Spatuzza) e un “nano” (Lo Giudice)
  • La cassa comune fa felice la supercosca di Crotone ma non evita le liti sulla spartizione dei soldi
  • Vuoi farti ridare il vecchio posto di lavoro? A Crotone si prega rivolgersi alla cosche – Il caso del medico allontanato dal 118
  • Operazione Fly Hole/ La ’ndrangheta vola intorno ai lavori di Expo 2015, Brebemi e centri commerciali di Assago
  • Confiscato l’impero della famiglia Pellegrino/2 Francia, terra eletta di evasione, armi e droga per i fratelli del Ponente ligure

Articoli consigliati

  • Cronisti sotto scorta: il rapporto 2009 di Ossigeno per l'informazione

Categorie

Archivi

  • giugno 2013
  • maggio 2013
  • aprile 2013
  • marzo 2013
  • febbraio 2013
  • gennaio 2013
  • dicembre 2012
  • novembre 2012
  • ottobre 2012
  • settembre 2012

Pagine

  • Chi sono

Link

  • Il Sole 24 ORE
  • Radio24.it: Un abuso al giorno
  • Radio 24.it: Guardie o ladri

Album Fotografici

I nostri blog